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  • Mi rivolgo al gruppo: fate conto che anche ad un mio amico che aveva la dermatite molto più pesante della mia ho consigliato lo stesso metodo e anche lui ha ottenuto grandi benefici, fate voi … Grazie dott. Ruffini. (Anto Bianchi)
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  • DERMATOLOGIA (di Patrizia Marini)

    Le malattie dermatologiche sono centinaia ed alcune di esse possono presentarsi con manifestazioni cliniche apparentemente simili e sovrapponibili.


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  • Se dopo l'influenza il virus si nasconde nel divano.
    Come pulire la casa per evitare il contagio.

    Le regole per eliminare i potenziali agenti infettivi dalle mura domestiche.
    L'esperto: "Buttate lo spazzolino e disinfettate superfici, telecomandi, maniglie e rubinetti"

    L'INFLUENZA ha avuto il suo picco proprio durante le festività natalizie quando le visite di amici e parenti sono più frequenti per festeggiare insieme. Inevitabile, quindi, che la casa si trasformi in un covo di germi e batteri che continuano a circolare tra le mura domestiche e ad essere quindi un potenziale agente infettivo per chi ci vive e per chiunque ci faccia visita. Ecco perché serve una pulizia più accurata che sia quasi una sorta di disinfezione casalinga e che ci aiuti a liberare le stanze dal rischio di contagio.

    Il galateo respiratorio. Prima ancora che pensare alla disinfezione dei vari ambienti di casa, è importante che chi si è ammalato o ha semplicemente preso un raffreddore adotti il cosiddetto “galateo respiratorio”: “Oltre all’influenza in questo periodo dell’anno girano tanti microrganismi che si trasmettono per via aerea attraverso le goccioline di saliva e le varie secrezioni nasali” spiega   Giancarlo Icardi, ordinario di Igiene all’Università di Genova ed esperto della Società italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI). “Il galateo da adottare prevede che tutte le volte che si starnutisce, bocca e naso vengano coperti con la mano o meglio ancora con un fazzoletto monouso che però va smaltito al più presto senza lasciarlo in giro perché sopra ci sono dei microrganismi che possono migrare dappertutto in casa”. Se, però, lo starnuto arriva all’improvviso, ecco il suggerimento dei ricercatori della Otago University: coprirsi la bocca e il naso con il gomito piegato. Nei casi in cui il contatto con gli altri sia molto frequente, si può indossare una mascherina che protegge bocca e naso.
    L’igiene ambientale. Anche se fa freddo, è importante garantire un buon ricambio dell’aria. “Ogni mattina bisogna spalancare le finestre e lasciar entrare aria nuova. Naturalmente se c’è un ammalato, meglio spostarlo in un’altra stanza per non fargli prendere freddo. E’ bene anche svuotare i cestini in cui si buttano i fazzoletti di carta dove soffiamo il naso” raccomanda Icardi.

    La disinfezione del bagno. 
    Insieme alla cucina, il bagno è una delle stanze più “amate” da virus e batteri e quindi la prima a dover essere pulita con accuratezza. Per prima cosa, bisogna disinfettare le maniglie, sia quella della porta che quelle della finestra e poi i rubinetti: sono gli oggetti che tutti necessariamente toccano e quindi quelle da cui è più facile avere una trasmissione di infezioni. Si può usare un mix di acqua, alcol, aceto e oli essenziali: l’aceto è una sostanza acida che scioglie lo sporco ed è l’ideale per disinfettare in modo naturale. Lo si può usare al posto della candeggina con il vantaggio che è anche biodegradabile oltre che economico. Purtroppo, però, non uccide i batteri più pericolosi come lo stafilococco. "Per una corretta disinfezione casalinga, meglio utilizzare i comuni detergenti a base di ipoclorito di sodio al 5% perché hanno una concentrazione di sodio tale che deterge ed elimina i batteri", spiega Icardi. 


    Asciugamani e spazzolino da denti. 
    Quando in casa c’è una persona ammalata, bisogna prestare più attenzione all’igiene e al buon senso: "Per esempio, può essere utile adoperare le asciugamani in carta monouso oppure se si preferiscono quelle in tessuto, meglio averne uno personale in modo da non utilizzare quello della persona ammalata" suggerisce l’esperto. Stesse precauzioni per lo spazzolino da denti che essendo stato in bocca ha catturato gran parte di germi e batteri. Oltre a pulirli come si deve tenendoli per un buon tempo sotto il getto dell’acqua corrente calda, è bene evitare che siano conservati l’uno vicino all’altro e che, magari, si tocchino. Se si è avuta l’influenza o il raffreddore, meglio sostituire lo spazzolino quando si guarisce.

    L’azione disinfettante della lavastoviglie. 
    La cucina è la stanza dove si socializza di più e come il bagno ha molte superfici di “condivisione” come il tavolo e le sedie. "Gli stessi prodotti a base di ipoclorito di sodio usati per il bagno vanno bene anche per disinfettare le superfici di lavoro e gli elettrodomestici della cucina. Sarebbe bene pulire ogni giorno i rubinetti e le maniglie del frigorifero, del forno, dei pensili, della lavastoviglie e dei bidoni della spazzatura. I piani di lavoro e il lavello vanno disinfettati più volte al giorno soprattutto se ci è stata appoggiata la carne cruda", chiarisce l’igienista. Se il lavandino è pieno di piatti sporchi in cui hanno mangiato le persone influenzate, meglio caricarli nella lavastoviglie che garantisce un'ottima azione disinfettante grazie alle alte temperature raggiunte nelle fasi di lavaggio (50°-65° C) e risciacquo (70° C).

    Cambio biancheria in camera da letto. 
    E’ la stanza nella quale vengono “confinate” le persone che si ammalano e quindi c’è un accumulo di virus e batteri che rende necessaria un’accurata pulizia giornaliera per le maniglie, gli interruttori della luce e i comodini. Ma c’è da curare anche l’igiene della biancheria da letto. In particolare, le federe dovrebbero essere lavate ogni giorno perché vi si depositano la bava della bocca, il make-up e le cellule morte della pelle. “Questo è il motivo per cui in genere negli ospedali il cambio letto viene fatto ogni giorno. La stessa cosa va fatta anche a casa quando c’è una persona con l’influenza: tutti i giorni bisogna cambiare lenzuola e federe lavandole in lavatrice ad una temperatura di almeno 60-70° C” suggerisce l’esperto della SIti.

    Pavimenti a prova di batteri. 
    Quando si starnutisce o si tossisce, i batteri migrano appoggiandosi sulle superfici dei mobili e sui pavimenti. "Per rimuovere le mucose che finiscono su pavimenti e mobili - spiega Icardi - bisogna sempre utilizzare un panno umido e non asciutto: così si evita di sollevare la polvere su cui si sono depositati i microrganismi che, invece, restano intrappolati nel panno che poi va lavato in lavatrice ad alta temperatura o anche sotto il getto dell’acqua molto calda”. Per disinfettare a fondo i pavimenti, poi, l’ideale sarebbe una scopa a vapore che raggiunga i 200° C che è la temperatura necessaria per uccidere i batteri.

    Via il virus dal salotto. 
    Telecomandi, interruttori della luce, maniglie di porte, mobili e cassetti sono i grandi “magneti di virus” del salotto di casa che vanno quindi disinfettati quotidianamente. Pulizia assidua anche per divani e poltrone che “assorbono” facilmente tutto ciò che circola nelle stanze. “Se le superfici dei mobili non consentono l’uso dei prodotti a base di ipoclorito di sodio, si possono scegliere altri detergenti con tensioattivi che riescono a pulire in profondità” spiega Icardi. Se il divano è sfoderabile, dopo un’influenza a casa è bene lavare tutti i tessuti in lavatrice controllando prima le indicazioni sull’etichetta per evitare di danneggiare la tappezzeria.

    FONTE:
    http://www.repubblica.it/salute/prevenzione/2017/01/10/news/influenza_e_raffreddore_come_pulire_la_casa_per_evitare_il_contagio-155730954/

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    NOI CONSIGLIAMO, AL POSTO DELLA CANDEGGINA, DI USARE IPOCLORITO DI SODIO AL 6%.
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  • In questo interessante articolo viene evidenziata la grande efficacia dell'ipoclorito di sodio (NaOCl) per la disinfezione di dispositivi medici. A nostro parere sarebbe utile utilizzare, per l'uso citato nell' articolo, solo Ipoclorito di sodio al 12% senza altre aggiunte.
    Efficacia disinfettante di salviette detergenti applicate sulla superficie esterna di un dispositivo medico contaminato con sangue o Streptococcus Pneumoniae
    A cura della Dott.ssa Eleonora Veglia
    I dispositivi medici sono diventati una sempre più comune fonte di infezioni nosocomiali (health care-associated infections, HAI); al rigurado, una crescente letteratura dimostra che le HAIS associate a dispositivi medici (DA-HAI) sono tra le principali cause di morbidità e mortalità all’interno delle unità di terapia intensiva.
    Statistiche rilasciate dal Centers for Disease Control and Prevention nel 2002 riportano più di 1,7 milioni di HAI nel corso di un solo anno, causando circa 99,000 morti direttamente associate alle HAI. È stato inoltre riportato che le DA-HAI sono responsabili del 60-80% di tutte le HAI legate al circolo sanguigno, al tratto urinario ed alla polmonite; tutto ciò indica la necessità di nuove misure di controllo delle infezioni per ridurre il coinvolgimento dei dispositivi medici in queste infezioni.
    Uno dei punti critici che è necessario considerare nel progettare nuove misure di controllo delle infezioni è l’influenza del design dei dispositivi (caratteristiche fisiche e materiale usato) sul reprocessing (procedura dettagliata e multistep a cui vengono sottoposti i dispositivi per poter essere riutilizzati) dei dispositivi medici riutilizzabili.
     
    Lo scopo di questo studio è stato quello di valutare come la superficie esterna di un dispositivo medico può influenzare l’efficacia di salviette detergenti disinfettanti nel rimuovere contaminanti biologici dalla superficie di dispositivi riutilizzabili. In particolare, lo scopo era quello di sviluppare un metodo per valutare l’efficacia di diverse salviette, disponibili in commercio, nel rimuovere tracce di sangue o di Streptococcus pneumoniae.
     
    Per testare quindi l’efficacia di sei diverse salviette detergenti disinfettanti, è stato utilizzato un saggio proteico quantitativo per determinare la quantità di proteine residua sulla superficie esterna dell’apparecchiatura per anestesia; è stata, inoltre, valutata la forza necessaria a rimuovere le tracce biologiche attraverso l’utilizzo di un piezoelectric force plate. Infine, la determinazione dell’ATP in bioluminescenza è stata utilizzata per valutare la persistenza di batteri sulla superficie dopo l’uso delle salviette.
    Sono stati testati diversi saggi proteici, ma molti dei reagenti colorimetrici utilizzati per la rilevazione delle proteine non erano adatti perché i composti presenti nelle salviette detergenti davano origine a falsi positivi; è stato, quindi, scelto il metodo che prevede l’utilizzo del composto o-ftalaldeide (o-phthaldialdehyde, OPA) per quantificare le proteine.
    Usando il metodo OPA, è stato ottenuta una valutazione della quantità residua media di proteine (µg) rimaste sulla superficie dopo la prova delle 6 diverse salviette. I valori si riferiscono alla media di 10 prove per ogni salvietta e si attestano da un minimo di ~ 10 µg a un massimo di ~ 110 µg.
    È curioso sottolineare come la salvietta migliore (n° 3, Clorox Germicidal Wipes) e la peggiore (n° 4, HypeWipe Bleach Towelette), contengano, anche se in percentuali leggermente diverse, lo stesso composto attivo, ovvero sodio ipoclorito (0.55% e 0.94%).
    Tre delle rimanenti 4 salviette (n°1 ProSpray wipe, n°2 CleanCide ready-to-use Germicidal Detergent Wipes, n°6 CaviWipe) hanno lasciato una quantità simile di residui proteici (~ 60 µg), mentre la salvietta n°5 (Oxivir Tb Disinfectant Wipes) si è comportata in maniera simile alla n°3 (~ 30 µg).
    Un altro metodo utilizzato per quantificare l’efficacia di queste salviette detergenti disinfettanti è stato quello di valutare la forza e il tempo necessari per rimuovere una macchia di sangue dalla superficie dell’apparecchiatura. Anche in questo caso, la salvietta n°3 risulta la più efficace nel rimuovere la macchia di sangue coagulato e pulire la superficie, richiedendo la minor quantità di tempo (5.01 ± 0.09 sec) e di forza (12.58 ± 0.59 N).
    Infine, dopo aver contaminato la superficie dell’apparecchiatura con una concentrazione nota di batteri (Streptococcus pneumoniae, scelto perché batteri appartenenti a questo genere sono comuni patogeni ospedalieri e contaminanti dell’apparecchiatura per l’anestesia) e, successivamente, pulito e disinfettato con le diverse salviette, sono state quantificate le tracce residue di batteri utilizzando Ruhof’s ATP bioluminescence swabs and assay; tutte le salviette testate sono risultate in grado di rimuovere più del 98% dell’inoculo dei batteri.
    Dai risultati ottenuti si è osservato che sia la salvietta migliore che quella peggiore contenevano ipoclorito di sodio; è stato ipotizzato che la differenza di efficacia sia dovuta al tipo di imballaggio e al grado di umidità in quanto un eccesso di liquido non permette una adeguata pulizia comportando, invece, ulteriori danni come corrosione dei circuiti elettrici.
    Sottolineano gli autori che punto di forza dello studio è stato un background del saggio a bioluminescenza per l’ATP vicino a 0 RLU (nessun segnale rilevabile).
    Gli autori, tuttavia, denunciano alcune limitazioni dello studio: la sensibilità del saggio proteico OPA potrebbe essere non realistica perché la normale manipolazione della strumentazione può creare dei falsi positivi. Inoltre, riguardo alla valutazione batterica mediante ATP, l’efficienza della raccolta dei batteri dalla superficie del dispositivo è influenzata dalla concentrazione degli organismi presenti, in quanto l’efficienza decresce al crescere della concentrazione batterica; infine, l’apparecchiatura per anestesia è soltanto uno dei numerosi dispositivi medici riutilizzabili in ambito sanitario e, dato che la maggior parte dei dispositivi possiede un’unica superficie non regolare, questi risultati potrebbero non essere applicabili a tutte le superfici dei dispositivi.
    Gli autori sottolineando come lo scopo dello studio non è stata una semplice valutazione di diverse salviette disponibili, ma una analisi più approfondita della loro reale efficacia in condizioni reali, ricordano come sia fondamentale per gli operatori dell’assistenza sanitaria leggere sempre attentamente le indicazioni del fornitore dei diversi dispositivi riutilizzabili per scegliere il detergente più appropriato.
     
    In conclusione, anche se lo studio non era diretto ad individuare un particolare componente attivo o la superiorità di un tipo di salviette rispetto ad un altro, i dati ottenuti dimostrano che tra le salviette disinfettanti la Clorox Germicidal Wipes risulta la migliore di quelle testate. Gli autori quindi si auspicano che questi risultati contribuire a decidere in maniera sempre più informata sulla scelta dei prodotti detergenti e disinfettanti, in base alla superficie sulla quale verranno utilizzati. Il sinergismo tra il miglioramento dei metodi di controllo delle infezioni connesso con possibili modifiche del design dei dispositivi ad opera del produttore, dovrebbero finalmente portare ad una diminuzione del numero di DA-HAI.
     
    Riferimento bibliografico: Gold KM and Hitchins VM, Cleaning assessment of disinfectant cleaning wipes on an external surface of a medical device contaminated with artificial blood or Streptococcus pneumoniae, Am J Infect Control (2013), 10.1016/j.ajic.2013.01.029
  • Gli Enzimi
    (scritto dal dr Paolo Rege-Gianas)

    Sono stato stimolato a una discussione sugli enzimi.Chi mi vuole leggere e seguire si armi di santa pazienza e si metta comodo.Non è una discussione fine a se stessa. Il fatto è che, essendo il mercato degli estrattori in fermento, si sono inventati il "basso numero di giri", a differenza naturalmente dell'alto numero di giri che ossidando e scaldando il materiale non manterrebbe invariate le "proprietà", le vitamine, gli enzimi, e non permetterebbe così al succo di essere "vitale". Tutto ciò è fuffa, il comprare un estrattore a basso numero di giri serve solo a rallentare il lavoro, non vi è nessuna azione ossidante o termica che sia interessata, ma così naturalmente non si comprano gli estrattori ad alto numero di giri che sono i migliori. Le vitamine sono molecole piccole (eccetto la B12 che comunque non c'è), e non risentono di nulla se non vengono cotte. Ma la cosa più stupefacente e bizzarra è la palese pretesa di conservare gli enzimi. Lo spunto è stato un post che comprendeva un link rimandante al sito JuiceOn. Poiché scorrendolo ho trovato un articolo sugli enzimi, alla lettura del quale la mia reazione è stata alquanto violenta (via via che passa il tempo e forse anche con l'età dievento sempre più cattivo, come è ovvio), ho causato le ire del curatore del sito, tale Alessandro Desogus. Siccome mi ha pregato più volte di dare spiegazione alla mia reazione, eccola qua. La numerazione si riferisce all'articolo incriminato.


     
    1) "L'elemento base che rende il nutrimento efficace per il nostro corpo è la vita che è presente nel cibo, quegli intangibili elementi conosciuti come enzimi. Quindi l'elemento che fa in modo che il corpo sia nutrito e vivo, quell'elemento nascosto nei semi delle piante e nei germogli e ancora nelle piante ormai cresciute, è un principio vitale chiamato enzima." 
    - Ma sa per caso cosa sono gli enzimi? Gli enzimi non si mangiano. Anche se ingeriamo gli enzimi che sono in azione al momento negli alimenti, vegetali o animali, che ingeriamo, sono gli enzimi che stanno compiendo i biochimismi di quelle cellule in quel momento, non delle nostre, e vengono comunque digeriti, dissociati e inattivati come tutte le altre proteine nello stomaco perdendo immediatamente la loro funzione enzimatica.
     
    2) Gli enzimi sono descritti come sostante complesse che ci rendono capaci di.......... e di assorbirlo [il cibo] nel nostro sangue. Qualcuno sostiene anche che gli enzimi riescano a "digerire il cancro". 
    - Questo è delirante. Gli enzimi digestivi stanno già nei nostri visceri, non si mangiano.
     
    3) In realtà gli enzimi non hanno un corpo fisico, loro non sono altro che elettricità con il suo alternarsi di fasi, il voltaggio, l'amperaggio, il wattaggio. Non sono quindi una qualche sostanza, ma sono ciò che attiva le sostanze di cui non sono parte integrante. 
    - Anche questo è delirante. Gli enzimi sono grosse molecole proteiche, con una forma e una massa ben definita.

    4) Gli enzimi non sono quindi "sostanze", ma sono un'intangibile Energia Magnetica Cosmica del Principio della Vita che è intimamente coinvolta nell'azione e nell'attività di ogni atomo del corpo umano, della vegetazione e di ogni forma di vita. 
    - Questo va oltre il delirio, forse abbiamo a che fare con un mistico trascendente. Sarà difficile, conseguentemente comunicare, non si sa se comprenda il nostro linguaggio.
     
    5) Tutto questo dovrebbe renderci consapevoli nella scelta del cibo che dovrebbe essere crudo, non sottoposto a calore e non lavorato. Dove quindi c'è vita, ci sono gli enzimi e la vita è nei cibi crudi. 
    - Si rimanda al punto 1. Gli enzimi non si mangiano.
     
    6) Gli enzimi sono sensibili alle temperature superiori ai 47°C. Oltre i 48,8°C gli enzimi diventano inerti. Un pò come quando ci rilassiamo durante un bagno caldo. A 54,5°C gli enzimi muoiono.
    - Questo è vero, ma non ce ne frega nulla, perché tanto gli enzimi non si mangiano.
     
    7) ...omissis... La vita come VITA non può essere spiegata, cosi descriviamo gli enzimi come un Principio di Energia Cosmica o una vibrazione.
    - Ci risiamo col delirio cosmogonico trascendentale.
     
    8) In altre parole, gli enzimi sono catalizzatori e come tali promuovono l'azione o la modifica senza alterare o modificare il loro stato. La salute è l'indiscutibile fondamento per una vita che ci soddisfi. L'alimentazione deve essere vitale e biologica. Le sostanze da cui traiamo sali e minerali devono essere biologiche e vitali per essere assimilate dal corpo umano in modo da garantire la ricostituzione e la rigenerazione delle cellule e dei tessuti del corpo. Quindi per mantenere un sano e corretto equilibrio, la maggior parte dei cibi che mangiamo deve contenere elementi vivi, vitali e organici. 
    - Su questo possiamo essere d'accordo. Da cui la prelibatezza delle ostriche. Ma "in altre parole" pare che ci sia qualche nesso con quanto precede, che in realtà non c'è.
     
    9) Un buon succo, un estratto, un juice racchiude tantissimi enzimi che il nostro corpo assorbe rapidamente. I succhi possono essere anche congelati , anche se perdono enzimi e benefici nutrizionali. Quindi il consiglio è sempre di bere il succo subito dopo averlo preparato.
    - Il nostro corpo non assorbe nessun enzima, per fortuna se li forma già da se.

    10) "I succhi possono essere anche congelati, anche se perdono enzimi e benefici nutrizionali".
    - A parte che non è vero che perdono i benefici nutrizionali, non sembra in netta contraddizione con la frase affermata al punto 7 (prima omessa perché fra gli omissis) "Gli enzimi possono essere conservati a ogni bassa temperatura senza che vadano perduti." ?
     
    EstrattoreIn conclusione, quanto di più disinformativo e/o diseducativo potesse scaturire da una mente umana riguardo agli enzimi è stato concentrato in questo articolo che ha come titolo, se non mi sbaglio, "Gli enzimi. Come funzionano" nell'ambito del sito JuiceOn.
    Gli enzimi non li assumiamo mai attraverso il cibo. Sono molecole proteiche che funzionano come strumenti biochimici e servono al funzionamento di tutte le reazioni dell'organismo, qualsiasi siano, come i catalizzatori dell'industria chimica accelerando di moltissime volte la velocità delle reazioni che quindi senza di loro non potrebbero avvenire se non in tempi biblici, non proviene dal cibo ma ogni reazione si costruisce o trova il suo, alla fine della reazione rimangono invariati disponibili per cominciarne un'altra. Comunque essendo tutti proteine non sopravvivono neppure ai 46 gradi perché subiscono una mutazione levo-destrogira (cioè la rotazione di una parte) che ne annulla la funzione. Vengono "uccisi " anche nello stomaco dove le proteine iniziano la denaturazione, anche se ingeriti ancora efficienti. Quindi non abbiamo introduzione mediante gli alimenti ma ogni reazione chimica utilizza le sue strategie per trovarli o produrli, farli funzionare, riutilizzarli quasi indefinitamente fino a quando non si consumano per usura e subiscono il destino di tutte le proteine, finendo o ad aumentare la quantità di aminoacidi che abbiamo per formare nuove proteine o altro o, se catabolizzati, la quota di azoto finisce nell'urina come urea. I più noti sono quelli del tratto digerente: la ptialina della saliva che comincia la digestione dell'amido , pepsina dello stomaco che rompe i primi legami aminoacidici, proteasi, lipasi, succhi enterici, poi noti sono anche quelli che chiediamo quando facciamo l'esame del sangue: transaminasi, creatininchinasi, latticodeidrogenasi...questi sono gli enzimi. Avete mai mangiato una latticodeidrogenasi in pinzimonio? Ci sono anche vegetali naturalmente, per le reazioni biochimiche importantissime, ma alcuni possono arrivare fino a noi, come nell'ananas e nella papaia si trovano enzimi che ammorbidiscono ("predigeriscono") la carne. nell'avocado. Gli enzimi collaborano indispensabilmente a tutte le decine di migliaia di reazioni vitali vegetali ed animali a cominciare dal sistema nervoso e dappertutto. Ma non si mangiano, ad eccezione di quelli detti prima e di qualche farmaco per pancreasctomizzati che comunque esauriscono la loro funzione nello stomaco e non vengono assorbiti come tali. Certo quando ingeriamo gli alimenti freschi e crudi mangiamo anche tutti gli enzimi assieme tutte le cellule e molecole con le loro reazioni che stanno magari ancora svolgendosi, ma le loro reazioni non le nostre, ed essendo comunque proteine vengono subito degradati (basta anche una rotazione trans-cis per inattivare completamente un enzima, basta che si perda un atomo o un protone) e scissi in peptoni e aminoacidi costituenti nello stomaco e poi nell'intestino, ad opera di un'enzima proteasico che può essere pepsina, o altro..Come quando a una ardita e complicatissima costruzione fatta coi lego tu dessi una forte colpo con la mazza, risulta un strage di mattoncini di tutti i colori per terra, non c'è più la costruzione iniziale, ma comunque questi mattoncini li raccogliamo per fare alte costruzioni anche se diversissime da quella iniziale. I mattoni, i 20 aminoacidi che costituiscono le proteine, sono sempre quelli.
    Diversamente se si parla di coenzimi, quelli hanno formule chimiche più semplici, come il coenzima A, la nicotinamide, il coenzima q o tutti gli altri, quelli si che devono essere assunti con il cibo, per la maggior parte. Di questa categoria fanno parte quelle sostanze chiamate comunemente vitamine, indubbiamente sono presenti nei cibi freschi e crudi, quelli si che devono essere assunti con il cibo per la maggior parte, si degradano con l'ossidazione, con il contatto con sostanze chimiche, con la cottura oltre certe temperature. Ma questo non succede negli estrattori, a qualsiasi numero di giri vadano.
  • Le assicuro che farò tutto quanto mi è possibile per divulgare la sua cura e il suo nome come colui che lo ha donato  alla collettività. (Flora Fiammetta)

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  • Milano, 8 aprile 2016 – Una piccola libreria dedicata al Metodo Ruffini per approfondirne la conoscenza e non disperderne le risorse. Apre oggi i battenti sul sito ufficiale il bookshop del metodo, il trattamento dermatologico a base di ipoclorito di sodio ideato dal dottor Gilberto Ruffini che ha liberato con pochi centesimi centinaia di persone dai problemi dermatologici più insidiosi. Sarà così possibile acquistare il manuale Curarsi con la candeggina?, finora in vendita esclusivamente su altre librerie online. La pagina del bookshop è  www.bookshop.metodoruffini.it
    Bookshop
    “Il bookshop del Metodo Ruffini – si legge sulla pagina di vendita – è nato su iniziativa di Paolo Ruffini e Valerio Droga e grazie all’opera di Johnny De Marco, per rispondere alle richieste di molti utenti che desideravano acquistare il manuale ufficiale del Metodo e non sempre riuscivano a farlo sulle varie piattaforme in cui era disponibile. In vista di nuove pubblicazioni – affermano i suoi creatori – abbiamo quindi operato una scelta di semplificazione, rendendole acquistabili direttamente sul nostro sito”.

    Al momento, il solo titolo in vendita è Curarsi con la candeggina?, ma presto sugli scaffali della libreria telematica saliranno a fargli compagnia altri testi relativi al Metodo, alcuni anche in versione elettronica. È infatti stata prevista la sezione ebook, che verrà attivata prossimamente. In cantiere c’è il libro di presentazione, una sorta di biglietto da visita per chi non conosce nulla del Metodo Ruffini e, ancora in embrione, il manuale veterinario, che approfondirà le modalità di applicazione dell’ipoclorito di sodio per curare i nostri amici a quattro zampe.

    I libri del bookshop sono acquistabili tramite il metodo di pagamento Paypal per tutelare al massimo la sicurezza degli acquirenti. Allo stesso tempo si è deciso di ridurre al minimo le spese di spedizione per far sì che il Metodo Ruffini possa diffondersi il più possibile e i suoi libri entrare nelle case di tutte le famiglie italiane.

     
  • Il Dottor Ignác Fülöp Semmelweis
    Il Dottor Ignác Fülöp Semmelweis, nel 1846 esercitava come medico a Vienna, nella prima divisione della clinica ostetrica all’Allgemeines Krankenhaus, il più moderno ospedale europeo. A quell'epoca una terribile malattia caratterizzata da dolore, malessere generale e febbre elevata, conosciuta come "febbre puerperale" decimava letteralmente le puerpere ricoverate negli ospedali viennesi, così come in altri ospedali europei ed americani. All’epoca le morti per febbre puerperale arrivavano fino all’11% .
    Semmelweis, giovane assistente medico, con la semplice ma attenta osservazione, intuì la causa della febbre puerperale e giunse ad un'ipotesi, straordinaria per l'epoca: la febbre puerperale è una malattia che viene trasferita da un corpo all'altro a seguito del contatto che i medici e gli studenti presenti in reparto hanno prima con le donne decedute (su cui praticano autopsia) ed immediatamente dopo con le partorienti che vanno a visitare in corsia.
    Era una teoria sconvolgente per i tempi. Per dimostrarla il giovane Semmelweis mise in atto una banale disposizione: tutti coloro che entravano nel Padiglione I sarebbero stati obbligati a lavarsi le mani con una soluzione di cloruro di calce (➡ ipoclorito di calcio).
    A questo aggiunse la disposizione che tutte le partorienti cambiassero le lenzuola sporche con altre pulite.

    I fatti gli diedero immediatamente ragione. Era il maggio 1847.
    Nell'anno 1846, su circa 4.000 puerpere ricoverate presso il Padiglione I ne erano morte 459 (pari all'11%) per febbre puerperale.
    Nel 1847, dopo l'adozione del lavaggio delle mani con cloruro di calce, su 3.490 pazienti ne morirono 176 (pari al 5%).
    Nel 1948 la percentuale si attesterà intorno all'1%.
    Questi dati avrebbero potuto suscitare se non entusiasmo almeno interesse o curiosità, invece gli attirarono gelosia, invidia e risentimenti vari.
    Ci vorranno più di quarant’anni prima che la scoperta di Semmelweis venga accettata e applicata in modo generalizzato.
    La dimostrazione della contaminazione batterica fu data da Pasteur solo nel 1864 e, prima di allora, le scoperte di Semmelweis vennero screditate e le morti ripresero ad essere ingenti.
    Il povero dottore Semmelweis venne licenziato dall'ospedale di Vienna, nonostante i positivi risultati, per aver dato disposizioni senza averne l'autorità.
    Tornato in Ungheria applicò lo stesso metodo all'ospedale di San Rocco a Pest, ottenendo anche qui un abbassamento significativo dei casi di febbre puerperale. Ciononostante la comunità scientifica dell'epoca gli si scagliò contro e Semmelweis finì per essere ricoverato in manicomio, dove morì nel 1865, a causa delle percosse subite nell'istituto.

    Wash your hands!

    La storia insegna che Semmelweis è stato in realtà il secondo medico ad analizzare e collegare la situazione clinica, che molte mamme in attesa del periodo chiamavano “peste dei medici”. Difatti, l'ostetrico Alexander Gordon di Aberdeen, in Scozia, ha suggerito nel suo trattato sulla 'Epidemia di febbre puerperale' del 1795 che le ostetriche ed i medici che avevano da poco trattato le donne proprio per febbre puerperale diffondevano la malattia ad altre donne. 
    Arch Dis Child Fetal Neonatal Ed  1998;78:F232-F233   doi:10.1136/fn.78.3.F232  Perinatal lessons from the past Dr Alexander Gordon (1752–99) and contagious puerperal fever - Peter M Dunn
    http://fn.bmj.com/content/78/3/F232.full

    Interessanti le sue parole di allora, da leggere, rileggere e riflettervi con massima attenzione!
    “With respect to the physical qualities of the infection, I have not been able to make any discovery; but I had ➡ evident proofs ⬅ that every person who had been with a patient in the puerperal fever became charged with an atmosphere of infection, which was communicated to every pregnant woman who happened to come within its sphere. This is not an assertion, but ➡ a fact ⬅, admitting of demonstration... ”
    (trad.: “Per quanto riguarda le qualità fisiche del contagio, non sono stato in grado di fare ogni scoperta; ma ho avuto ➡ prove evidenti ⬅ che ogni persona che era stata a contatto con una paziente in febbre puerperale portatrice di una carica infetta, che è stata trasmesse a tutte le donne in stato di gravidanza che ne sono venute a contatto.
    Questa non è un'affermazione, ma ➡ un dato di fatto ⬅, ammesso dalla dimostrazione... “)


    A metà del 19° secolo, circa 5 donne su 1.000 morivano di parto effettuati da ostetriche in casa. Tuttavia, anche nei casi di medici operanti nei migliori ospedali di maternità in Europa ed in America, in caso di partorienti il tasso di mortalità era addirittura da 10 a 20 volte maggiore. La causa era, invariabilmente, febbre da parto: temperatura corporea altissima, pus putrido proveniente dal canale del parto, ascessi dolorosi ad addome e torace per poi avvenire sepsi e morte - tutto entro 24 ore dalla nascita del bambino.
    Il motivo sembra evidente oggi, se non allora: gli studenti di medicina ed i loro professori presso gli ospedali di insegnamento d'élite di quell'epoca erano soliti iniziare la loro giornata eseguendo autopsie *** a mani nude *** sulle donne decedute il giorno prima di febbre da parto, proseguendo poi le visite ai reparti di ostetricia per esaminare le donne partorienti in procinto di far nascere i loro bambini.
    Nel 1855 il dottor Semmelweis ha abbandonato questa posizione per diventare un professore presso l'Università di Pest. Nel 1861 ha pubblicato un libro, "Eziologia, Concetto, e Profilassi della febbre puerperale", ma è stato mal scritto e mal accettato dalla classe medica.
    Circa 5 anni dopo morì *** da folle*** in un manicomio pubblico, all'età di 47 anni.
    http://qualitysafety.bmj.com/content/13/3/233.full

    RIFLESSIONE FINALE
    Qualsiasi medico odierno è ben a conoscenza dell'importanza di lavare correttamente le proprie mani prima di accedere alla sala operatoria, così come prima di una qualsiasi visita dove si renda necessario 'invadere' con la propria carica microbica, e quella acquisita in operazioni precedenti, organi di un'altra persona. Eppure, circa 150 anni fa, il secondo medico che confermò che le sepsi delle partorienti erano dovute alla mancanza del lavaggio delle mani venne dichiarato “folle”. Ecco che quando in una qualsiasi branca della moderna medicina… abbiamo situazioni dove ci sono ➡ evident proofs ⬅ dove definire ➡ facts ⬅ come coincidenze è meramente un insulto all'intelligenza umana, quando qualcuno accusa l’altro di essere “folle”, ecco che nel mio piccolo credo semplicemente che si potrebbe sostituire tale lemma con “previdenti” oppure “avveneristici”.
    ➡ Ricordo che l’ipoclorito di sodio (principio attivo della candeggina) può essere anche sintetizzato dall'ipoclorito di calcio, già presente in prodotti per la pulizia della casa, per reazione di scambio ionico.
    https://it.wikibooks.org/wiki/Laboratorio_di_chimica_in_casa/Ipoclorito_di_sodio


    Marini Patrizia
    Venerdì 22 gennaio 2016

    P.S. La riflessione finale, pienamente condivisibile è dell’amica Luana DiEmme

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