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  • Alopecìa di origine micotica e Metodo Ruffini

    Buongiorno. scrivo questo testo a seguito della mia precedente testimonianza per diffondere il metodo ruffini come cura valida per l' Alopecia.
    Negli ultimi mesi ho continuato a studiare i vari tipi di alopecìa esistenti e ad avere riscontri dalle molte persone che mi hanno contattato per avere informazioni a riguardo. ringrazio tutti per la fiducia e la buona volontà e invito coloro che in questi mesi hanno avuto dei risultati, positivi neutri o negativi, a darne testimonianza anche in forma anonima, contattando il sito ufficiale o me personalmente al numero di cellulare.

  • Bad Pharma: il libro che documenta il grande inganno delle case farmaceutiche
    Il massimo "debunker" italiano, la guardia giurata dell'ordine costituito, ha scoperto solo ora che esistono la mafia farmaceutica e gli uomini corrotti dello Stato?
    Cos’è successo? Non è arrivato il bonifico?
    ????

    Le case farmaceutiche truccano i risultati dei test dei propri farmaci, usando metodi paradossalmente legali per farli sembrare ben più efficaci e necessari di quel che sono in realtà. No, non avete sbagliato blog. Non siete finiti per errore su Luogocomune o qualche altra bettola di complottisti.

    L'accusa non è un delirio campato per aria, ma è il documentatissimo risultato dell'indagine di uno dei più popolari debunker britannici, Ben Goldacre, che dopo aver messo in luce con Bad Science gli inganni usati dai ciarlatani e dai giornalisti cialtroni per sdoganare le pseudoscienze si è ora dedicato, con gli stessi strumenti inesorabili, a chiarire come funziona la ricerca farmaceutica moderna. Risultato: funziona male, inganna i medici e danneggia i pazienti.

    Goldacre ha scritto un libro, Bad Pharma, che invito tutti a leggere (spero ne esca presto una buona traduzione in italiano), specialmente i complottisti, per capire come si fa a fare e presentare la vera ricerca e come si distingue una tesi di complotto farlocca da un'accusa seria. La differenza sta in una singola parola: fatti.

    Goldacre esamina anche il caso Tamiflu, emblematico di un modo di procedere in cui i test vengono svolti dalle case farmaceutiche, che poi pubblicano soltanto quelli favorevoli e insabbiano gli altri. È lo stesso metodo dei cartomanti e dei sensitivi: mettere in evidenza i successi e seppellire i fallimenti, per sembrare straordinari. Non è il solo trucchetto che viene usato, ma il resto va letto nel libro.

    A differenza di tante tesi di complotto che lanciano accuse generiche, qui ci sono nomi e cognomi e ci sono anche soluzioni, come per esempio rendere obbligatoria la pubblicazione di tutti i metodi e risultati di tutti i test. La campagna di Goldacre sta già ottenendo risultati: la pressione dell'opinione pubblica ha già convinto GSK (GlaxoSmithKline) a promettere la pubblicazione integrale dei test, e la petizione su Alltrials.net (traduzione italiana qui) sta già riscuotendo successo in termini di pubblico e di politica. 

    Se vi interessa saperne di più, il CICAP ha pubblicato una serie di articoli su Bad Pharma. Sì, il CICAP, quello accusato di essere al soldo delle case farmaceutiche, va contro le case farmaceutiche. Perché i fatti e il metodo d'indagine scientifico non guardano in faccia nessuno.

    - Intervista a Ben Goldacre
    - Le aziende farmaceutiche britanniche contro Goldacre
    - Bad Pharma: quando la medicina è malata

    Sia ben chiaro: tutto questo non vuol dire che la medicina e i farmaci non funzionano e che è meglio tornare agli stregoni o alla pranoterapia o ai sassolini magici. I rimedi alternativi non funzionano per niente (salvo un congruo effetto placebo): le medicine, invece, di solito funzionano. Ma per farle funzionare meglio e non farsi imbrogliare bisogna controllare e sorvegliare chi le fa e chi le vende. Senza eccezioni.

    FONTE:  http://bit.ly/2rZIDWi
     

  • Dentista 1
    L'insegnamento della medicina, come qualsiasi altra forma di insegnamento nel Medioevo, era inizialmente strutturato su libere associazioni, societates contratte direttamente dagli studenti e da un maestro disposto a comunicare il suo sapere sulla base di accordi precisi e di un compenso concordato. Già nell'XI secolo Maestro Salerno, nella prefazione al suo Compendium, si rivolge ai suoi socii dilectissimi (De Penzi, 1857-59), intendendo con ciò riferirsi ai suoi studenti e non certo ad altri membri di una associazione medica di là da venire. È soltanto nel XIII secolo che le prime università verranno assumendo quella caratteristica forma di organizzazione su base associativa di maestri e studenti, con diversa prevalenza degli uni sugli altri, comune a tutte le università europee. L'università di Bologna era una associazione di studenti, preclusa ai maestri i quali si organizzarono in una corporazione o collegium, che richiedeva per l'ammissione alcuni requisiti da accertarsi mediante esame: il certificato rilasciato, la licenza di insegnare o licentia docendi, divenne così la prima forma di titolo accademico. Parigi, al contrario, fu un'università di maestri che intorno al 1200 aveva già gli attributi essenziali di una corporazione (diritto di eleggere propri magistrati, di agire in tribunale per il tramite di procuratori, di darsi degli statuti), giuridicamente riconosciuta nel 1215.
    Fu stabilito definitivamente un curriculum di studi, per quanto riguarda durata, frequenza e materie, diritti e doveri di maestri e studenti, esami conclusivi e titoli accademici: baccelliere, come grado intermedio al titolo di maestro, e poi maestro, e dottore, in arti, legge, medicina, teologia.
    La medicina, sebbene la dissezione anatomica su corpi di animali, in special modo su maiali, fosse pratica comune a Salerno già nel XII secolo, era essenzialmente studiata sui libri, di Galeno ed Ipprocrate con i loro traduttori e commentatori arabi e quel gruppo di testi che continuarono ad essere stampati, sotto il titolo di Articella, fino a tutto il XVI secolo. Certo, nessuna materia era meno adatta al metodo di dogmatismo verbale e sillogistico che, accanto al principio di autorità, regnava nelle università medievali; la logica (il sillogismo, la disputa e l'ordinato schieramento degli argomenti pro e contro tesi specifiche), infatti, non solo era la più importante materia di studio, ma improntava anche tutte le altre materie del suo metodo e dava tono e carattere alla mentalità dell'epoca.
    A ciò si aggiunga che nel XIII secolo si stava già sviluppando quella frattura tra teoria e pratica tra scienza e tecnica che porterà, nell'ambito della materia medica, attraverso il rifiuto del medico fisico di operare manualmente, e in forza di nuove disposizioni legislative legate all'insegnamento universitario, alla definitiva separazione tra medicina e chirurgia, tra la professione del medico e quella del chirurgo e allo strutturarsi della pratica terapeutica in una gerarchia ben precisa: i medici, generalmente associati alla facoltà di medicina di qualche università; i chirurghi organizzati in corporazioni con gradi e licenze, una sorta di aristocrazia chirurgica; e i barbieri che facevano la barba e praticavano la piccola chirurgia, vendevano unguenti e tisane, salassavano, medicavano piaghe, incidevano ascessi e cavavano denti.
    Autorevoli testimonianze su questo stato di cose, e su quanto tale situazione fosse sentita a tutti i livelli, si possono riscontrare nelle opere di alcuni grandi chirurghi della seconda metà del XIII secolo. Se già Albucasis, la cui opera influenzò in modo notevole lo sviluppo e la formazione della figura del chirurgo in questo secolo, polemizzava con barbieri ed empirici per i danni causati dalla loro ignoranza, Bruno da Longoburgo e il Lanfranchi osservavano come la pratica chirurgica fosse ormai completamente abbandonata nelle mani dei barbieri, lamentando invece il fatto che i medici fisici disdegnassero di praticarla, considerandola arte inferiore, indecorosa e non degna di un uomo di studi.
    Quella del barbiere è una figura importantissima nella storia della medicina del Medioevo; sottovalutati e disprezzati, soprattutto dai loro colleghi "ad abito lungo", i barbieri spesso raggiunsero un alto grado di perizia e abilità nella loro pratica quotidiana, spesso ai confini tra legalità ed illegalità, anche se generalmente venne loro riconosciuto il diritto di esercitare la chirurgia, pur dovendo limitare la loro azione a terapie marginali circo-scritte alla cura dell'esterno del corpo fisico (al barbiere, ad esempio, sarà sempre vietato somministrare medicamenti per bocca, di qualsiasi tipo). La chirurgia venne inserita per la prima volta in un curriculum universitario s6lo nel 1378 a Bologna, grande centro di studi anatomici, dove una costante pratica d'insegnamento da parte di grandi maestri della medicina aveva favorito l'affermarsi di una mentalità più aperta e pragmatica: in Italia, infatti, la frattura tra medicina e chirurgia fu assai meno profonda e accentuata che altrove e le controversie non assunsero mai quegli aspetti di scontri in difesa di interessi corporativi raggiunti invece in altri paesi, specialmente in Francia, e a Parigi in particolare.
    Lo statuto parigino della corporazione dei barbieri-chirurghi, il cosiddetto Collegio di St. Còme, risale al 1268 ed è reperibile nel Livre des Métiers, opera di Etienne Boileau, prévòt di Saint Louis (il "prevosto" di Parigi era un magistrato che amministrava la città, in nome del re, con autorità diretta sulle corporazioni e ampi poteri di carattere giudiziario); vi sono riuniti gli statuti delle differenti corporazioni che il Boileau, nella sua veste ufficiale, doveva omologare (Franklin, 1884).
    Lo statuto stabiliva l'elezione di sei giurati con il compito di sorvegliare e amministrare la comunità, composta all'epoca sia dai chirurghi, "ad abito lungo", che dai barbieri, o chirurghi "ad abito corto". Loro principale funzione era di esaminare i titoli di "coloro che praticavano la chirurgia" e di ammettere nella comunità solo chi ne fosse ritenuto degno.
    Ottenuto un tale riconoscimento ufficiale, i chirurghi di St. Còme, nel tentativo di differenziarsi dai semplici barbieri, abbandoneranno a questi ultimi, che tra l'altro non erano ammessi alla carica di giurato, la pratica di radere e la piccola chirurgia; le due classi tenderanno sempre più alla separazione e ingaggeranno una lotta che durerà più di quattro secoli, con risultati alterni.
    Infatti negli anni successivi i chirurghi di St. Còme, forti dell'appoggio di Jean Pitard primo chirurgo del re, attraverso alcuni decreti reali riuscirono ad imporre la proibizione della pratica chirurgica per i barbieri, a meno che questi non avessero superato un esame di fronte ai maestri chirurghi. Ma lo statuto del 1371, confermato da un'ordinanza dell'anno seguente, fissava un capo della comunità nella persona del primo barbiere e valletto di camera del re, che amministrava la corporazione, sorvegliava la professionalità e riscuoteva le ammende; ribadiva l'obbligo a sostenere un esame di abilitazione e, malgrado l'opposizione dei chirurghi diffidati a loro volta dall'interferire nell'attività dei barbieri, si concedeva a questi ultimi di praticare alcune operazioni chirurgiche e di intervenire su certe ferite.Seguire nel dettaglio l'evoluzione della contesa tra chirurghi e barbieri in questo periodo sarebbe lungo e noioso. Basti ricordare che a cavallo tra il XV e XVI secolo i barbieri ottenevano dalla Facoltà di medicina di poter seguire i corsi di anatomia presso l'Università per quattro anni e, dal momento che i barbieri non conoscevano il latino, i corsi vennero tenuti, nonostante l'opposizione del Collegio di St. Còme, in un latino francesizzato comprensibile ai più.
    E a partire da questo momento che i dottori della Facoltà di medicina iniziarono a servirsi dell'opera chirurgica dei barbieri, sia per interventi sui propri malati, sia per dimostrazioni (dissezioni) su cadaveri, nei corsi di anatomia (André-Bonnet, 1955).
    Nel XVII secolo la chirurgia è considerata ancora arte inferiore alla medicina: quasi tutti i chirurghi escono dalla corporazione dei barbieri e sono dei pratici ai quali manca generalmente ogni fondamento di studi; se un chirurgo, desideroso di innalzare la sua condizione, voleva ottenere una licenza in medicina doveva impegnarsi con atto notarile a non praticare più operazioni chirurgiche. 
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    In questo secolo l'uso delle parrucche divenne una moda dilagante: intorno al 1650 una classe di artigiani senza pretese chirurgiche si staccò dai barbieri e costituì un'associazione autonoma, i barbiers-perruquiers, tutelata, nella sua attività di confezione e vendita di parrucche, da una serie di editti reali che proibivano formalmente ai barbieri-chirurghi di invaderne il campo.
    Questi ripetuti interventi del potere reale possono sembrare patetici tentativi di mettere un po' d'ordine all'interno di una situazione molto confusa e contraddittoria. La pratica medico-chirurgica sfuggiva in realtà a qualsiasi controllo ufficiale: molti medici esercitavano senza averne i titoli, molti si fregiavano di attestati fasulli o di diplomi sotto forma di lettere, rilasciati da autorità locali, il cui valore intrinseco era meno che nullo.
    E l'accordo del 1655, l'unione di chirurghi e barbieri-chirurghi in un'unica corporazione, non solo non portò alcun chiarimento definendo una volta per tutte l'ambito di intervento del chirurgo, ma fu anzi responsabile della grave confusione che continuò a regnare in questo campo, almeno fino all'inizio del XVIII secolo.
    La richiesta di fusione delle due comunità, ennesimo momento della secolare lotta tra chirurghi, barbieri, e dottori della Facoltà di medicina, si risolse a tutto vantaggio di questi ultimi che accettarono la richiesta con la clausola riduttiva che la nuova associazione si modellasse sulla corporazione dei barbieri-chirurghi, sotto l'autorità del primo barbiere del re e con le garanzie dei precedenti statuti.
    E solo con gli editti del 1699 e con l'istituzione del titolo di "esperto" che si comincia ad intravvedere un progetto articolato di definizione dell'ambito professionale delle varie specialità chirurgiche.
    Il primo uso conosciuto del termine operateur per indicare un praticante l'arte odontoiatrica si ritrova sul frontespizio dell'opera di Arnauld Gilles, La Fleur des Remedes contre le Mal des Dents (1621), nel quale l'autore si definisce appunto Operateur pour le mal des dents. Quasi tutti gli operateurs di cui conosciamo il nome furono al servizio dei re di Francia, durante il XVII secolo; la presenza a corte di un operateur du Roi fu definitivamente stabilita e regolata a partire da Luigi XIV e in virtù dei benefici e dei privilegi loro concessi, i dentisti del re erano gli unici a possedere un titolo ufficiale, diplomi e attestati di cui continuavano a fregiarsi anche una volta terminato il loro incarico a corte.
    Il termine operateur, applicato al praticante l'odontoiatria, sembrerebbe definirlo come uno specialista in chirurgia, e così è stato inteso da parte di una certa letteratura storico-medica che afflitta da complessi di inferiorità, nel tentativo di nobilitare le origini della professione odontoiatrica, tende a sottovalutare l'apporto, talvolta decisivo alla nascita dei primi dentisti indipendenti, della più umile figura del barbiere-chirurgo, privilegiando appunto l'aspetto strettamente chirurgico.
    Già nel XII secolo il salernitano Giovanni Plateario, come riferisce Pietro Ispano nel suo Thesaurus Pauperum (1494), afferma che un'eventuale estrazione deve essere effettuata da unperitus artiftx, un esperto pratico della sua arte, un assistente del chirurgo. In Francia, verso la fine del XVII secolo, ritroviamo il termine "esperto" per designare una categoria di specialisti (erniari, litotomisti, ortopedici, oculisti, e naturalmente dentisti) cui affidare una serie di operazioni chirurgiche, abbandonate prima di allora ad empirici e ciarlatani.
    Con l'editto reale del 1699, infatti, si subordinava la pratica della chirurgia minore al superamènto di un esame teorico e pratico, che il candidato doveva sostenere di fronte a un collegio di esaminatori presieduto dal Primo Chirurgo del Re.
    Superato l'esame, che, dal momento che non si istituivano corsi preliminari, non poteva che limitarsi ad un controllo di una generica capacità professionale comunque acquisita, il neo diplomato assumeva il titolo, ufficiale a tutti gli effetti, di "esperto" (in campo odontoiatrico expert pour les dents).
    Veniva così associato alla vita di una "Comunità di Maestri Chirurghi", sottoposto all'autorità del Primo Chirurgo, impegnandosi a versare i contributi d'uso e a non superare i limiti imposti all'esercizio della sua arte.
    Alcuni Autori interpretano questo editto reale del 1699 come un momento della secolare lotta ingaggiata a Parigi tra Chirurghi e Medici fisici; secondo tale impostazione si tratterebbe di un indiscutibile successo del Collegio di St. Còme, la corporazione dei chirurghi, nell'intento di strappare la chirurgia minore dalle mani di ambulanti e ciarlatani per portarla sotto il proprio controllo, rafforzando ulteriormente la propria posizione di indipendenza dai medici fisici accademici (Hoffmann-Axthelm, 1981).
    Da un punto di vista pratico l'editto ebbe ben pochi effetti. Il livello di preparazione dei cosiddetti esperti era, come riferisce Fauchard (1728), per lo più "al di sotto del mediocre" anche se ciò era imputabile a due cause ben precise: la mancanza di corsi d'insegnamento pubblico o privato di chirurgia nei quali fosse impartita una preparazione teorica e in cui l'aspirante dentista potesse apprendere le basi fondamentali dell'arte, e la scarsa preparazione degli esaminatori abilitati a rilasciare il titolo di expert pour les dents, Maestri Chirurghi che, "sebbene molto sapienti in tutti gli altri rami della chirurgia, non praticavano normalmente la chirurgia odontoiatrica. In tali occasioni - continua Fauchard - sarebbe opportuno ammettere nel ruolo di esaminatore un dentista abile ed esperto". A Fauchard si deve l'introduzione del termine dentiste, associato a chirurgien dentiste, che è anche il titolo della sua famosa e importantissima opera; nella prefazione egli fa una distinzione precisa tra chirurgien dentiste e dentiste, tra il chirurgo che praticava l'odontoiatria e il semplice dentista. Tuttavia, come riferisce Dagen (1926), poco dopo la metà del XVIII secolo in Francia i termini operateur, operateur pour les dents, dentiste e chirurgien dentiste furono usati indiscriminatamente, soprattutto in provincia, per definire ogni tipo di praticante, compresi ciarlatani e cavadenti.
    Certamente non possiamo stupirci di una situazione del genere, se ancora nel 1708 il famoso chirurgo e anatomico parigino Pierre Dionis nel suo Cours d'operations de Chirurgie, nel momento stesso in cui riconosceva l'importanza della chirurgia dentale, esprimeva l'opinione che una di queste operazioni, l'estrazione, fosse compito esclusivo degli operatori dentali, non soltanto in virtù della loro maggiore esperienza, ma anche e soprattutto perché tale pratica, richiedendo l'applicazione di una certa forza manuale, avrebbe irreparabilmente rovinato la mano del chirurgo, che doveva essere ferma e delicata.
    È soltanto a partire dalla seconda metà del XVIII secolo che si cominciano ad intravvedere i primi mutamenti in senso progressivo all'interno di una situazione ormai chiaramente statica; in Francia, e a Parigi prima che altrove, la figura del dentista, pur con tutte le sue contraddizioni, comincia a formarsi nelle sue caratteristiche moderne, come risultato di una ricca produzione letteraria precedente, resa disponibile e revisionata criticamente da Fauchard, e dell'accumularsi di un grande patrimonio di conoscenze tecnico-operative dovute all'oscuro apporto di empirici e abili artigiani.
    L'editto del 1699, nel tentativo di regolamentare la posizione legale dei praticanti l'odontoiatria, doveva essere probabilmente rimasto lettera morta se in un registro dei "dentisti" parigini del 1761 figurano soltanto trenta Experts, incluse due donne (Dagen, 1926).
    Evidentemente continuavano ad esercitare dentisti senza licenza, inclusi gli operateurs pour les dents della corte reale, per non parlare dei cavadenti ambulanti la cui attività si svolgeva prevalentemente in provincia e nelle campagne.
    È probabile che la preparazione teorico-pratica, che nei primi esperti lasciava molto a desiderare, avesse raggiunto nella seconda metà del secolo, un livello molto più decoroso; un nuovo editto del 1768, infatti, regolamentava l'ammissione all'esame per il conseguimento del titolo: per essere ammessi bisognava presentare un certificato da cui risultasse che il candidato aveva effettuato due anni interi e consecutivi di pratica, in qualità di apprendista, presso uno dei Maestri Chirurghi o uno degli esperti" di Parigi e sobborghi, oppure tre anni se presso un dentista di provincia. L'esame, senza dubbio più impegnativo di quanto fosse stato in precedenza, si componeva di una parte pratica e di una parte teorica, da sostenere nel Collegio di Chirurgia nell'arco di due giornate, di fronte a quattro qualificati Maestri od Esperti, al Primo Chirurgo o a un suo delegato, al docente della Facoltà di medicina e a quello di St. Còme. Il neoesperto si impegnava ad esercitare esclusivamente l'odontoiatria, pena gravi sanzioni.
    Nonostante ciò, il numero degli esperti, verso la fine del secolo, non solo non tendeva ad aumentare, ma diminuiva in modo preoccupante, lasciando sempre più spazio alla pratica empirica; a ciò si aggiunga che nel 1791 l'Assemblea Nazionale, nella dichiarazione dei diritti dell'uomo, aboliva le corporazioni di professioni, arti e mestieri, proclamando libertà d'esercizio per tutte le professioni. L'anno seguente la Convenzione decretava lo scioglimento di Facoltà e Comunità scientifiche, istituti privilegiati e fonti di privilegio, tra le quali il Collegio di Chirurgia, minando alle basi un modello organizzativo che, per quanto imperfetto, avrebbe potuto essere assunto, e non solo in Francia, a progetto per la futura organizzazione professionale di una specialità che troverà in seguito molte difficoltà ad inserirsi all'interno della medicina ufficiale.
    La nascita della corporazione dei barbieri, la Barber's Guild, risale in Inghilterra al XIII secolo.
    La pratica estrattiva veniva considerata, qui come altrove, da evitare: si consigliava di ricorrere ad essa solo in casi estremi. La letteratura dell'epoca è molto scarsa al riguardo, ma John Arderne (1412), considerato il padre della chirurgia inglese, riteneva tale operazione molto pericolosa.
    Il termine inglese che designava i praticanti l'odontoiatria era tooth-drawers, letteralmente cava-denti. La prima testimonianza dell'uso di questo termine è reperibile in un documento della Barber-Surgeon's Company del 1376 e nei registri della corporazione si trovano riferimenti concernenti l'ammissione come membri di alcuni tooth-drawers (Matheson, 1928).
    La corporazione ottenne il riconoscimento ufficiale nel 1462 con un decreto di Edoardo IV; un ulteriore passo si ebbe nel 1540: un atto del parlamento stabilì l'unione di barbieri e barbieri-chirurghi in un'unica corporazione, con privilegi garantiti da Enrico VIII. Secondo questo editto i barbieri, oltre a radere, non potevano esercitare altra forma di chirurgia se non l'estrazione dei denti. L'attività chirurgica, d'altro canto, oltre ai chirurghi veri e propri, venne permessa anche ai fisici accademici. Gli annali della corporazione (Young, 1890) riportano, per il decennio che va dal 1550 al 1560, soltanto tre riferimenti ad una vera e propria pratica odontoiatrica, nella figura di tre membri della Compagnia definiti tooth-drawers. Tra di essi un tale William Thomlyn, al quale il 23 novembre 1557 fu rilasciata una licenza alquanto restrittiva per estrarre e pulire i denti ("to drawe teeth and to make cleane teeth, and no more") (Lindsay, 1933). Nel 1685 Charles Allen pubblicò quello che è oggi considerato il primo libro inglese di odontoiatria intitolandolo The Operatorfor the Teeth, termine in seguito adottato da molti dentisti inglesi (Lindsay, 1927).Nel 1745 la Surgeon's Company annullava l'unione con i barbieri, rivendicando l'autonomia della propria attività, e se da una parte i barbieri continuarono ad occuparsi di chirurgia minore e i tooti~drawers di estrazioni, dall'altra i più esperti tra i dentisti, quelli che nel corso del XVII secolo avevano cominciato a definirsi operators for the teeth e che non si limitavano alle estrazioni, ma avevano ampliato il loro campo di intervento all'igiene, alla conservativa e alla protesistica, si staccarono a loro volta dai barbieri per confluire nella corporazione dei chirurghi. In tal senso è molto significativo il frontespizio dell'opera di Thomas Berdmore (1770): A Treatise on the disorders and deformities of the teeth andgums, nel quale l'autore si definisce chirurgo (e non barbiere) e dentista (e non "operatore dentale").
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    La professione odontoiatrica in Inghilterra ha senz'altro seguito un percorso molto più lineare che altrove, anche se non bisogna dimenticare che l'esercizio dell'odontoiatria fu, per lo meno fino alla metà del XIX secolo, in gran parte appannaggio di empirici cui non mancava certo abilità pratica, ma di scarsissima se non inesistente preparazione teorica. Del resto questo contrasto tra sviluppo teorico (è intorno alla fine del XVIII e all'inizio del XIX secolo che furono pubblicati i fondamentali contributi di Hunter, Bell, Fox) e realtà operativa è una delle caratteristiche più evidenti e indiscutibili della storia dell'odontoiatria europea.Nei paesi di lingua tedesca il termine per designare il dentista è zahnarzt, medico dei denti.
    Il primo libro di odontoiatria stampato in Germania nel 1530 porta il titolo assai vago di Artzney Buchlein (libro di medicina), ma già dalle successive edizioni, dal 1532 in avanti, il titolo muta in Zene (Zeen) Artznei, con un diretto riferimento al termine tuttora usato.
    Per quanto riguarda la regolamentazione della pratica odontoiatrica, Hoffmann-Axthelm (1981) ricorda che i primi passi verso un riconoscimento governativo della professione vanno ricercati a Berlino intorno alla fine del XVII secolo. L'editto del 12 novembre 1685, emesso da Federico Guglielmo di Brandeburgo e "concernente il Collegio medico di Berlino e ciò che i medici fisici, gli speziali e i chirurghi debbano osservare", stabiliva l'obbligo di sostenere un esame di fronte ad una commissione governativa per i praticanti l'odontoiatria, dal cui risultato dipendeva il rilascio di una licenza all'esercizio della professione. Si ribadiva che ambulanti e ciarlatani sprovvisti di licenza non sarebbero stati tollerati.
    Probabilmente l'editto ebbe scarso effetto pratico se si sentì la necessità di rinnovarne i contenuti con un successivo editto nel 1725, ad opera di Federico Guglielmo I di Prussia, che affrontando i problemi sanitari del regno definì una volta per tutte le regole cui attenersi nel campo della sanità pubblica, al punto da essere adottato nel corso del secolo da quasi tutti gli stati dell'area germanica.
    La pratica dell'odontoiatria in Germania non rivela caratteristiche diverse rispetto ad altri paesi. La città di Francoforte, per la quale è disponibile uno studio approfondito (Wiegel, 1957) si avvaleva, negli anni tra il 1736 e il 1764, dell'opera di un unico dentista praticante riconosciuto, l'ungherese Johannes Ehrenreich. Nell'anno 1800 se ne contavano sei. La lenta crescita del numero dei dentisti stabili è anche qui dovuta, come altrove, all'opposizione costante della corporazione dei chirurghi: a Francoforte e nelle altre grandi città europee, per tutto il XVIII secolo, la pratica odontoiatrica fu appannaggio di dentisti itineranti, presenti sulle piazze e alle fiere.
    Il termine dentista appare per la prima volta, associato al termine dentator, in un manoscritto della Chirurgia Magna (1363) del chirurgo francese Guy de Chauliac: "... iste operationes sunt particulares maxime appropriate barbitonsoribus et dentatoribus " e più oltre: "oportet dentistas esse munitus de aptis instrumentis...".
    Chauliac afferma che la pratica odontoiatrica è stata completamente abbandonata dai medici nelle mani di barbieri e dentatores e auspica che tali operazioni siano effettuate, per maggior sicurezza, sotto il controllo e la direzione dei medici fisici. Continua ricordando che i "dentisti" dovrebbero essere provvisti di strumenti appropriati, tra i quali: "rasoriis, raspatoriis, et spatuminibus rectis et curvis, et levatoriis, simplicibus et cum duobus ramis, tenaculis dentatis, et probis diversis, cannulis, scaipis et terebellis, et etiam limis. . . "; ma al contrario di altri non esprime alcun giudizio di valore in merito alla figura del dentator, al quale riconosce anzi indispensabili capacità pratiche, una sorta di "specializzazione" per lo meno per alcuni di essi; tra l'altro il numero e la varietà degli strumenti citati consente di ipotizzare che Chauliac non si riferisca a semplici cavadenti, ma ad empirici cui forse non mancavano cognizioni anche di carattere terapeutico.
    L'uso di questi due termini, legati al latino un po' corrotto, ricco di parole provenzali ed arabe, di Guy de Chauliac rimase circoscritto a quest'opera per lungo tempo. Infatti il termine italiano dentista appare per la prima volta in un incisione del 1731, riferito a un praticante l'arte di nome Giovanni Battista Grimaldi che esercitò presumibilmente in diversi paesi e certamente anche in Francia all'epoca di Fauchard (Brown, 1936).
    Il primo statuto dell'Arte dei Medici e Speziali di Firenze risale ai primissimi anni del XIV secolo. Questa corporazione, che aveva una posizione di assoluto privilegio nella Firenze comunale, stabiliva che nessuno potesse esercitare la pratica medico-chirurgica senza essere affiliato all'Arte. Nello Statuto, infatti, si dichiara testualmente: "Quod omnes et singuli medicantes in phisica vel chirurgia et reattantes ossa et medicantes bocchas in civitate vel comitatu Florentiae, quomodocumque medicaverint, cum scriptura vel sine scriptura, intelligantur medici et pro medicis habeantur et teneantur, et iurare et subesse compellantur Arte predicte et consulibus dicte artis" (Corsini, 1922).
    In uno Statuto successivo, risalente all'anno 1349, redatto questa volta in volgare e che si limita a riportare parola per parola quanto già affermato nello Statuto precedente, al Capitolo XXIII si trova un'aggiunta molto significativa, datata dicembre 1374 a mano di Nicolò di Cambione, giudice, e sottoscritta da Tino di ser Ottaviano, notaio. In essa si decreta che "tucti e ciascuni barbieri, o arte o vero ministero di barbieri in alcun modo exercitanti s'intendino medici e per medici sieno avuti e reputati, e devano giurare et essere sottoposti all'arte predetta e a consoli della detta arte" (Castiglioni, 1927).
    Nella Firenze del '300, dunque, medici fisici, chirurghi e cerusici, "acconcianti ossa", "medi canti bocche", e barbieri facevano tutti parte della medesima Arte o corporazione, sottoposti agli stessi regolamenti. Nessuno poteva, però, esercitare la professione se prima non fosse stato esaminato da una commissione, composta da medici delegati dall'Arte, che rilasciava licenze, sempre temporanee e circoscritte territorialmente.
    Di più, in un bando dei Consoli dell'Arte e Università dei Medici e Speziali di Firenze del 1547, tra i vari membri della corporazione figurano anche i ciurmadori", ultimo gradino di una scala gerarchica della professione sanitaria così intesa: medici fisici, chirurghi o cerusici, chirurghi minori o norcini (cui spettavano generalmente le operazioni di ernia e della pietra e il salasso, ma in presenza del medico), barbieri e "ciurmadori".
    S'intende che le licenze rilasciate ai ciarlatani si limitavano generalmente alla pratica dell'estrazione dei denti e alla vendita di rimedi, unguenti, elisir e medicamenti, la cui composizione doveva però essere controllata e approvata dal Collegio dell'Ar-te.
    Alla medesima procedura erano sottoposte le richieste di autorizzazione alla vendita e propaganda di elettuari e specifici da parte dei cavadenti veneziani. A Venezia la legge del 29 aprile 1567 disponeva che i permessi venissero concessi solo in seguito ad un esame della formula di composizione del farmaco che doveva essere poi depositato all'Ufficio di Sanità.
    Lo statuto dell'Arte dei Medici e Speziali di Venezia risale al 1258 e quello dei Barbieri al 1270; ne delimita il campo di attività quali chirurghi minori, attribuendo loro la cura/estrazione dei denti e il salasso ("...extrahendo et aptando dentes et sanguinem minuendo...").
    Come ricorda il Bernardi (1797), l'esistenza separata e autonoma del Collegio Medico e del Collegio Chirurgico, il quale mantenne sempre il privilegio di creare i Maestri della propria Arte e di concedere le licenze ai chirurghi di ordine inferiore, i cosiddetti "chirurghi ignoranti" appartenenti all'Arte dei Barbieri, facilitò l'osservanza, per lo meno formale, degli obblighi delle singole categorie nell'esercizio delle rispettive mansioni. Già dal 1474 i Magistrati competenti avevano devoluto al Collegio Chirurgico il compito di rilasciare licenze di chirurgia minore; numerosi barbieri, ai quali era già comunque concesso il privilegio "di medicar bruschi, sgrafadure, machadure, ferite et càsi lezieri, et non di pericolo di morte", si sottoponevano all'esame per ottenere una sorta di legittimazione per quelle specialità in cui erano particolarmente abili.
    Un documento notarile redatto a Spaiato nel 1454, l'inventano dei beni appartenuti a un barbiere dalmata, contribuisce a gettare un po' di luce sulla posizione sociale del barbiere veneto del XV secolo, che sembrerebbe essere più che dignitosa. Dagli atti, infatti, risulta che oltre a un discreto guardaroba di vesti più consone a un medico fisico che a un barbiere, Maestro Antonio di Pietro possedeva sette libri di medicina e un ricco armamentario chirurgico composto da "trentasei ferri da medegar e una tenaia da denti".
    Nella letteratura del XVI e XVII secolo si reperiscono alcuni riferimenti alla figura del barbiere.
    L. Fioravanti nella sua opera Dello specchio di scientia universale (1583), al capitolo 28 ove parla dell'arte del barbiere, afferma che questi "servono per cavar sangue agli ammalati, tanto dalle vene quanto eziandio con ventose. Medicano i feriti e gli fanno le stoppate. Cavano i denti, e fanno mille altri servizi...", notizie che riporta anche T. Garzoni nel suo notissimo libro La piazza universale di tutte le professioni del mondo (1586).
    Ma l'attenzione che la produzione scientifica del periodo denota nei confronti della pratica dei barbieri non si limita a questi brevi cenni; numerosi Autori, infatti, indirizzano le loro opere a tutta la categoria in modo diretto ed esplicito. E il caso di G. Falloppia che nel sottotitolo della sua Chirurgia (1620) specifica trattarsi di "un'opera non pur utile ai medici, ma molto necessaria ai Barbieri e a qualunque altro eserciti essa Chirurgia", e in particolare di Tiberio Malfi, barbiere napoletano e console dell'arte, che scrisse nel 1626 un libro intitolato Il Barbiere, libri tre: ne' quali si ragiona dell'eccellenza dell'arte e de' suoi precetti. Il barbiere, definito "vicario del medico" ha il compito di preparare empiastri e unguenti, confezionare dentifrici, applicare vescicatori, praticare suffumigi e fregazioni. La cura dei denti è invece attribuita a medici specialisti.
    Il primo libro in lingua italiana in cui la materia odontoiatrica è trattata indipendentemente dalla medicina generale e dalla chirurgia, pur limitandosi all'aspetto igienico-estetico, è proprio opera di un barbiere, Cintio d'Amato che lo pubblicò a Napoli nel 1632, con il titolo: Prattica nuova et utilissima di tutto quello, ch'al diligente Barbiero s'appartiene. È un eccellente trattato di chirurgia minore (salasso, cura delle ferite, etc.) nel quale sei capitoli sono dedicati al trattamento dei denti e delle gengive, in particolare al modo di mantenere i denti saldi, bianchi e senza tartaro (Guerini, 1909).
    Il riconoscimento ufficiale della classe dei medici e dei chirurghi, l'insegnamento delle scienze mediche nelle università, il rilascio di diplomi per l'abilitazione all'esercizio della medicina contribuì sicuramente a regolamentare la pratica sanitaria, per lo meno a livello cittadino. Anche il barbiere, dentista e salassatore, era vincolato al possesso di una licenza e sottostava alle norme di polizia e all'autorità del Protomedico in un quadro legislativo differenziato da città a città, da stato a stato, ma comunque riconducibile a principi regolatori molto simili, volti in linea di massima a reprimere l'attività abusiva. Nonostante ciò certe pratiche terapeutiche continuarono ad essere esercitate da empirici, privi di qualsiasi riconoscimento ufficiale, che si trasmette-vano solitamente di padre in figliò, insieme con la professione, una serie di conoscenze acquisite per tradizione e per esperienza. Alcuni tra questi cercarono di ottenere una forma di legittimazione entrando a far parte di corporazioni e comunità, quelle dei barbieri in particolare, ove queste esistevano, altri continuarono a praticare ai margini della legalità, andando ad infoltire quella vasta e indefinibile categoria di operatori ambulanti, cavadenti di piazza, ciarlatani e saltimbanchi.
    Il vocabolario dell'Accademia della Crusca definisce ciarlatano "colui che per le piazze spaccia unguenti o altre medicine, cava i denti e anche fa giuochi di mano" (Corsini, 1922); infatti tra ciarlatani e attori la parentela è spesso assai stretta.
    Sonnet de Courval, nella sua Satfre contre les charlatans... (1610), dà una vivida rappresentazione del modo di operare di un famoso ciarlatano, tale Gerolamo Ferranti detto l"'Orvietano", che godeva di fama e reputazione in Francia all'inizio del XVII secolo:
    "Il suo palco era eretto nella corte del Palais, sul quale saliva superbamente vestito, una grossa catena d'oro al collo, e vantava attraverso mille menzogne ed ostentazioni le virtù occulte e le ammirevoli proprietà dei suoi unguenti, balsami, olii, estratti, quintessenze, distillati, calcinati e altre fantastiche confezioni... Quattro eccellenti suonatori di violino sedevano ai quattro angoli del suo teatro... assistiti da un insigne buffone, di nome Galinette de la Galina, che per parte sua faceva mille scimmiotterie e buffonerie per attirare e divertire il pubblico". Tra le droghe che vendeva c'era un unguento contro le bruciature e per dimostrarne l'efficacia "egli si bruciava pubblicamente le mani con una torcia, fino a renderle tutte vescicate, poi si faceva applicare il suo unguento, che lo guariva in due ore"; ma prima, dice l'incredulo de Courval, egli aveva cura di lavarsi segretamente le mani con una certa acqua che aveva la proprietà di preservare la pelle dall'azione del fuoco e di produrre sulla superficie delle vescicole formate da una sostanza che vi era disciolta. Smerciava inoltre un altro balsamo per le ferite da arma bianca a garanzia del quale mostrava le cicatrici di ferite che egli si procurava personalmente, guarite, a suo dire, dopo solo ventiquattro ore.
    Dentista 4
    Nell'esercizio dell'arte dentaria si era fatto una grande reputazione strappando gratuitamente i denti col solo aiuto delle mani e senza causare dolore. Secondo de Courval il Ferranti, cui riconosceva un'abilità fuori dal comune, provvedeva sempre ad applicare con le dita una polvere narcotica che anestetizzava la parte da trattare e successivamente una sostanza caustica che produceva una escara gengivale, causticando il dente fino alla radice, tanto che una minima trazione era sufficiente a permetterne l'estrazione. Non era certo questa la tecnica utilizzata dal Ferranti: la sua fama quale dentista fu senza dubbio anche il frutto di un'abile mistificazione, comune a molti ciarlatani cavadenti di ogni tempo e paese. I denti estratti con tanta maestria non erano altro che denti cavati in precedenza e che venivano mostrati mentre sortivano dalla bocca di compari particolarmente abili nel simulare le sofferenze del mal di denti.
    Era proprio il dolore di denti che motivava la decisione, spesso rimandata all'estremo, di farsi cavare i denti marci; e la fama di un cavadenti era direttamente proporzionale alla sua abilità nell'usare i ferri chirurgici.
    Gli operatori ambulanti, che non avevano una sede fissa per il loro esercizio, si trasferivano a cavallo o a dorso di mulo, da un paese all'altro frequentando periodicamente le fiere e i mercati: erano i dentisti del mondo rurale, venditori di droghe e chirurghi improvvisati (i salassi e le avulsioni dentarie erano gli interventi più praticati e meno costosi), in genere tollerati e talvolta anche protetti dalle autorità locali.
    Nei grandi borghi e nelle città il ciarlatano esercitava di preferenza su una pubblica piazza: era il "dentista di professione", vestito con abiti eleganti e a colori vivaci che dall'alto del suo palco, le cui pareti erano tappezzate di diplomi (spesso fasulli) attestanti la sua abilità nell'arte di cavar denti senza procurare dolore, vantava i mirabili pregi dei suoi rimedi e le sue strabilianti capacità operative. Molti si presentavano come allievi dei più noti dentisti
    dell'epoca, assumevano il nome di altri operatori di fama e si dichiaravano, a seconda delle opportunità, originari di qualsiasi paese. Il paziente veniva sistemato su una sedia o uno sgabello, spesso sul tavolato del palco, a gambe penzolanti, mentre l'operatore agiva alle sue spalle, servendosi dei classici strumenti di avulsione, pellicani, chiavi inglesi, leve).
    I ciarlatani, naturalmente, erano tenuti a pagare le imposte fissate dall'amministrazione cittadina per poter esercitare in pubblico la loro professione, che si basava essenzialmente sulla vendita di elisir, pomate, pozioni, unguenti, balsami contro tutti i ma-li. Spesso la formula doveva essere preventivamente approvata dai Magistrati alla Sanità, come nel caso di questa ricetta di uno specifico venduto da un cavadenti veneziano nel XVIII secolo:
    "Polvere odontalgica per imbianchir li denti e conservarli sani di Giovanni Grecij detto Cosmopolita" (1769).
    Ossa di seppia mezza oncia
    Pietra Pomice drame sei
    Cremor Tartaro drame tre
    Alume bruciato mezza drama
    Coralli rossi bruciati mezza oncia
    Perle preparate una drama
    Mirra una drama
    Yreos fiorentino due drame
    Occhi di cancro preparati tre drame
    Cocciniglia una drama
    SaI di tartaro uno scrupolo
    Olio di garofoli trenta gocce
    Tutto si unisce facendo polvere sottilissima.
    Del resto la vendita di questo genere di prodotti non era certo appannaggio esclusivo di cavadenti itineranti e ciarlatani di piazza; anche i cosiddetti operateurspour les dents e i dentisti riconosciuti che esercitavano la professione a Parigi e nelle altre grandi città europee, nonostante fossero pochissimi di numero, erano costretti, per integrare i guadagni insufficienti, a svolgere altre attività tra le quali proprio la confezione e vendita di liquori, droghe, polveri dentifricie e di prodotti necessari per l'igiene orale.
    Evidentemente l'abusivismo professionale doveva pesare in modo notevole sulla categoria, soprattutto dal lato economico. Infatti molti dentisti, non trovando lavoro continuativo ben retribuito, si spostavano di città in città, prendendo il più delle volte dimora presso gli alberghi o le locande meglio frequentate, e pubblicizzando il loro arrivo attraverso la distribuzione di cartoncini nelle vie e nelle piazze o la pubblicazione di inserzioni elogiative sulle colonne delle gazzette e dei giornali locali.
    A conclusione di questi brevi cenni sulla formazione e lo sviluppo della figura professionale dell'odontoiatra, occorre osservare che si giunge ad un titolo ufficialmente riconosciuto partendo da semplici disposizioni amministrative: la distribuzione autorizzata dei rimedi e una licenza ad esercitare che non implicava alcun controllo sulla preparazione pratica e tantomeno teorica dell'operatore. E solo nel corso del XVIII secolo che si sentì la necessità di istituire veri e propri esami che garantissero la capacità professionale di coloro che si dedicavano alle branche minori della chirurgia (litotomi, oculisti, ortopedici e dentisti) e che spesso ne praticavano varie contemporaneamente; ma nel contempo non si ritenne necessario istituire corsi regolari come per gli studenti in medicina e chirurgia. Gli aspiranti dentisti, per poter superare un esame indirizzato prevalentemente verso l'aspetto chirurgico (gli esaminatori erano i docenti di anatomia e chirurgia) e per apprendere le nozioni fondamentali di anatomia e patologia dell'apparato masticatorio avrebbero dovuto frequentare le lezioni universitarie; d'altro canto le realizzazioni dell'odontoiatria riguardanti la conservativa, la chirurgia speciale e la protesistica dovevano necessariamente venir apprese privatamente o attraverso un tirocinio presso studi dentistici già avviati. Si deve giungere al XX secolo per vedere, in Europa, la nascita delle prime scuole di specializzazione in odontoiatria cui si accedeva solo se gia in possesso del titolo di medico-chirurgo e, in una fase successiva, la creazione delle facoltà di odontoiatria e chirurgia dentaria, con lauree indipendenti da quelle in medicina.
    Articolo di Alberto Giordano, tratto da Storia della Odontoiatria, Ars Medica Antiqua Editrice, 1985, Milano

    Bibliografia
    ALLEN, C., The operator for the teeth, York, 1685. ANDRE'-BONNET, J.L., Histoire générale de la chirurgie dentaire, Lyon, 1955.
    Artzney Buchlein, Lipsia, 1530. BERDMORE, T., A. Treatise on the disorders and deformities of the teeth and gums, London, 1770. BERNARDI, F., Prospetto storico-critico dell'origine, facoltà, diversi stati, progressi e vicende del Collegio medico-chirurgico, e dell'arte chirurgica in Venezia, Venezia, 1797. BROWN, L.P., "Appellations of the dental practitioner". Dental Cosmos 78, 1936.
    CASTIGLIONI, A., Storia della medicina, Verona, 1948. CORSINI, A., Medici ciarlatani e ciarlatani medici, Bologna, 1922.
    DAGEN, G., Documents pour servir à l'histoire de l'art dentaire en France, Paris, 1926.
    D'AMATO, C., Prattica nuova et utilissima di tutto quello ch'al diligente Barbiero s'appartiene, Napoli, 1632. DE COURVAL, 5., Satire contre les charlatans et pseudo-medecins empriques, en la quelle sont decouvertes les ruses et tromperies de tous théricleurs, alchymistes... en la cure des maladies, Paris, 1610.
    DE RENZI, 5., Collectio Salernitana, Napoli, 1852-59. DIONIS, P., Cours d'operation de Chirurgie, Bruxelles, 1708. FALLOPPIA, G., La chirurgia, Venezia, 1620. FAUCHARD, P., Le chirurgien dentiste, Paris, 1728. FIORAVANTI, L., Dello specchio di scientia universale, libri tre, Venezia, 1583.
    FRANKLIN, A., Les Corporations ouvrières de Paris: Barbiers et Chirurgien, Paris, 1884.
    GARZONI, T., La piazza universale di tutte le professioni del mondo, e nobili et ignobili, Venezia, 1586.
    GILLES, A., La Fleur des remedes contre le mal des dents, Paris, 1621.
    GUERINI, V., History of Dentistry, Philadelphia, 1909. HOFFMANN-AXTHELM, W., History of Dentistry, Chicago, 1981.
    LINDSAY, L., "London dentists of the eighteenth century". Dental Surgeon 22, 1927.
    LINDSAY, L., A short history of dentistry, London, 1933. MALFI, T.,Il barbiere, libri tre: ne' quali si ragiona dell'eccellenza dell'arte e de' suoi precetti, Napoli, 1626. MATHESON, L.; PAYNE, J.L., "The history of dentistry in Great Britain". Jour. Am. Dent. Ass., 1928. WIEG~L, P., zahnarzte undzahnbehandlung im alten Frankfurt am Main bis zum Jahre 1810, Mùchen, 1957. YOUNG, 5., Annals of the Barber-Surgeons, London, 1890.
     
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    CURARE L’INFEZIONE DA PAPILLOMA VIRUS (HPV)CON IL METODO RUFFINI(di Patrizia Marini)

    - "Con il Metodo Ruffini è possibile curare l'infezione da papilloma virus (HPV) semplicemente applicando sulla parte interessata l'ipoclorito di sodio nelle percentuali e nelle modalità indicate dal dott. Gilberto Ruffini nel suo manuale pratico CURARSI CON LA CANDEGGINA?" -

  • Le malattie dermatologiche sono centinaia ed alcune di esse possono presentarsi con manifestazioni cliniche apparentemente simili e sovrapponibili.
    Vedi: tutte le patologie dermatologiche



    Il Metodo Ruffini, ideato dal Dr. Gilberto Ruffini di Varese è un trattamento dermatologico ad uso topico (locale) a base di ipoclorito di sodio (NaOCl), molecola già nota per altri usi, ingrediente essenziale della comune candeggina, diluito tra il 6% e il 12%. Questo range percentuale permette il trattamento di molte patologie dermatologiche.
    Quando il sale viene a contatto con la membrana cellulare dell’agente patogeno si modifica immediatamente in acido ipocloroso (HOCl) e la disfà: l’HOCl è a pieno titolo il principio attivo del metodo.
    Video dimostrativo: https://youtu.be/0lDgiUwNLBI

    Le patologie interessate possono essere di origine virale, microbica, micotica, parassitaria e/o protozoaria.
    Solitamente la maggior parte delle patologie richiede solo un trattamento fino ad un minuto mentre per alcune altre ne occorrono pochi di più.
    Tale metodologia apporta un considerevole miglioramento alla attuale proposta terapeutica esistente sul mercato farmacologico.
    Per molte patologie il trattamento a base di ipoclorito di sodio risulta essere risolutivo, alcune infezioni ricorrenti tra quelle in elenco possono essere risolte o notevolmente migliorate, pur essendo considerate ad oggi di difficile o impossibile risoluzione dalla scienza ufficiale.
    Cura l’acne, le afte, l’herpes (di tipo 1-2-3). Lenisce i fastidi del piede diabetico (non ischemico) e ne cura le ulcere, della varicella e del fuoco di Sant’Antonio (Herpes Varicella Zoster o herpes di tipo 3) e pruriti non allergici, ma anche di punture di insetti quali vespe e ustioni di meduse. Combatte la carie, elimina la candida e il papilloma virus.
    In tutto, al momento, sono oltre cento le patologie che risultano curabili con questo metodo (anche tropicali).

    Un elenco delle principali patologie responsive al prodotto: 
    - Acaro folliculorum
    - Acne vulgaris
    - Attinomiceti
    - Afte
    - Candida mucogenetica cronica e Candida albicans
    - Dermatite seborroica
    - Donovanosi (granuloma inguinale)
    - Ferite
    - Fistola (da infezione)
    - Follicolite decalvante
    - Forfora
    - Foruncoli
    - Herpes (1-2-3): Herpes simplex, Herpes Varicella Zoster (Fuoco di Sant'Antonio)
    - HPV (Human Papilloma Virus)
    - Intertrigo
    - Larva migrans cutanea (comune dermatosi tropicale)
    - Lavaggio protesi dentali (mobili)
    - Meduse
    - Mollusco contagioso
    - MRSA (cutanea) ferite
    - Onicomicosi
    - Parassiti
    - Paronichia
    - Piede diabetico infetto (non ischemico)
    - Scabbia
    - Tinea versicolor
    - Trichosporon cutaneo
    - Tutte le Tinee
    - Ulcera di Burulì (dermatosi tropicale invalidante)
    - Ustioni I e II grado
    - Zigomicosi

    La principale critica che viene mossa dai medici è quella per la quale un medico non può applicare candeggina ai suoi pazienti.
    Il dr Ruffini risponde sempre loro che la candeggina contiene ipoclorito di sodio e non il contrario.
    Le evidenze scientifiche raccolte ufficialmente (senza calcolare quelle, circa 900, dei ricercatori sparsi nel mondo che ne arricchiscono la bibliografia) sono ad oggi 551 a cui si aggiungono circa 600 di altri medici che spontaneamente hanno raccolto la loro casistica. L’unica sperimentazione terza riguarda quelle in vitro in alcune università.
    I medici che conoscono e anche quelli che adottano il Metodo Ruffini sono in numero sempre più crescente anche in ambito ospedaliero, anche se non esiste ancora una lista di medici ufficiale. Il metodo viene generalmente consigliato dai dottori laddove sussistano infezioni antibiotico-resistenti o virali come gli herpes di tipo 1, 2, 3 e oggi sta prendendo piede tra i ginecologi per l’Hpv, il papilloma virus.
    Il metodo Ruffini ha grande efficacia anche per le patologie veterinarie, qui escluse (è in fase di realizzazione un volume dedicato alla veterinaria).
    Non ci sono controindicazioni se non si sbagliano i tempi e le modalità di applicazione oltre che alle percentuali consigliate dal dr. Ruffini. Il prodotto non crea allergie in modo assoluto in quanto la molecola è già presente in quantità minime nell’organismo umano.
    L'Ipoclorito di Sodio è in libera vendita e NON ha bisogno di alcuna prescrizione medica ne ha divieti particolari.

    Il dott. Ruffini consiglia l’acquisto presso questa casa farmaceutica (con cui non ha alcun rapporto commerciale) che ha ideato una vasta gamma di prodotti a base di ipoclorito di Sodio seguendo i protocolli del Metodo Ruffini: http://ibfstore.com/25-ipoclor-metodo-ruffini

    Va precisato che però il trattamento non esclude il medico curante né alcuna forma di trattamento ufficiale; vuole essere una integrazione per un valido supporto laddove ufficialmente non esiste un rimedio efficace. La diagnosi è pur sempre necessaria e indispensabile.
    Considerato il basso costo della molecola e anche il fatto che andrebbe a rimpiazzare un numero elevatissimo di creme, pomate, antibiotici e perfino vaccini, quale potrebbe essere il risparmio per il sistema sanitario nazionale sarebbe incalcolabile ma certamente notevole.
    Considerata anche la vasta quantità di patologie trattabili, si potrebbero investire i soldi risparmiati per altra ricerca medico-scientifica. Inoltre, i pazienti in ambito ospedaliero avrebbero meno rischi di infezioni potenzialmente letali (Mrsa) e gli ospedali ne beneficerebbero quindi anche in termini organizzativi per la estrema velocità e facilità della cura.

    PER MAGGIORI INFORMAZIONI

    Pagina di Facebook: https://www.facebook.com/metodoruffini
    Gruppo di Facebook: https://www.facebook.com/groups/metodoruffini/

    Per chi volesse approcciare questo metodo di cura è disponibile il Manuale pratico "Curarsi con la candeggina?" di Gilberto Ruffini e Valerio Droga:
    http://www.macrolibrarsi.it/libri/__curarsi-con-la-candeggina-libro.php

    ******************

    The Cancer Magazine
    giovedì 2 luglio 2015
    https://www.facebook.com/theCancerluigitosti


  • IL METODO RUFFINI PUO’ RIVOLUZIONARE LA DERMATOLOGIA?
    (di Patrizia Marini)

    Manifestazione medici
    Il Metodo Ruffini ideato e brevettato dal dottor Gilberto Ruffini, medico chirurgo, ematologo e dentista di Varese, è un trattamento dermatologico a uso topico [si applica direttamente sulla parte malata, ndr] di ipoclorito di sodio (NaOCl), tra il 6 e il 12 per cento.

    Le patologie dermatologiche trattabili sono tutte quelle manifestazioni la cui eziologia [la causa della malattia, ndr] è virale, micotica, batterica, protozoaria [che interessa i protozoi, organismi unicellulari che vivono in ambienti umidi come acqua di mare, dolce o salmastra oppure in terreni umidi, ndr] o parassitaria nonché utilizzi d’emergenza (tipo ustioni, ferite, punture d’insetti). 
    I principali ambiti della medicina a cui si rivolge sono la dermatologia, la ginecologia, la chirurgia, l'urologia, l'oculistica e la veterinaria.

    Questa molecola è uno strumento possibile a tutti in materia sanitaria, essendo una molecola che si può ottenere a bassissimo prezzo in quantità illimitata, con risultati così eclatanti da lasciare sbalorditi e renderlo utile. 
    Con il Metodo Ruffini è possibile curare, con costi irrisori, molte patologie della pelle, incluso "l'incurabile" piede diabetico infetto e le infezioni dermatologiche da MRSA (Stafilococco aureo resistente alla meticillina).

    Il Metodo Ruffini si è dimostrato sempre di più uno strumento utilissimo in un’ampia gamma di patologie dermatologiche e, trattandosi di un metodo semplice, di pratico utilizzo, privo di effetti collaterali e a basso costo, ne derivano diversi vantaggi di utilità sociale:
    1) - innanzitutto, questo metodo può rivelarsi una freccia in più nell’arsenale terapeutico del medico, importante sia da solo che come coadiuvante di una qualsiasi altra cura; 
    2) - un altro vantaggio consiste nella riduzione del rischio di dover troppo frequentemente far ricorso ad antibiotici di sintesi, per esempio limitandone l’uso ai casi più gravi o per infezioni interne, al fine di arginare il fenomeno delle resistenze; 
    3) - ultimo, ma non da meno, il vantaggio economico.

    La video-intervista: https://youtu.be/VXiN1ZtBnZI

    PER SAPERNE DI PIU’:

    - Il sito ufficiale: http://www.metodoruffini.it
    - Il Manuale pratico: http://www.lulu.com/shop/gilberto-ruffini-and-valerio-droga/curarsi-con-la-candeggina/paperback/product-22806766.html​
    - La pagina Facebook: https://www.facebook.com/metodoruffini/?fref=ts
    - Il gruppo Facebook: https://www.facebook.com/groups/metodoruffini/?fref=ts
    - Le testimonianze (gruppo Facebook dedicato): https://www.facebook.com/groups/esperienzemetodoruffini/?fref=ts
    - Twitter:@MetodoRuffini
    - Google+: https://plus.google.com/+PaoloRuffinimetodoruffini
    - YouTube: https://www.youtube.com/channel/UCl0Ytgv46dgkKxE0Uw85Pog​
  • Il dott. Gilberto Ruffini spiega il Papillomavirus (HPV) e come sia possibile combatterlo col Metodo Ruffini:

    https://www.youtube.com/watch?v=U4PcxMZHoO0



  • La medicina moderna e gli interessi economici
    (di Patrizia Marini)
     
    Purtroppo, la Medicina Moderna si è trasformata in una sorta di braccio armato a difesa degli interessi economici di una industria che prospera sulle precarie condizioni di salute della gente. Travolta dalla potenza economica dell'industria farmaceutica e dei suoi interessi, la Medicina Moderna è troppo spesso al servizio del ‘business' più che della gente e nessuno che ami veramente questa professione può e deve tollerare una simile situazione. Il Sistema Sanitario scricchiola sinistramente e in alcuni casi si è passati dall'eccelsa bioetica alla deontologia corporativa, dalla modernità alla spersonalizzazione, dalla malasanità discutibile alla delinquenza conclamata, come nel caso dei criminali in camice della clinica Santa Rita di Milano!

    L’articolo che di seguito andrete a leggere dovrebbe essere letto da tutti, politici, professori, medici e giornalisti in testa. Non sarà tanto la lucidità con cui l'autore, medico ha esposto i fatti a stupire, quanto il coraggio che ha avuto. Quello che c’è scritto è molto più che sufficiente per mettere con le spalle al muro più di qualcuno.
    Chiunque legga l’articolo ne potrà ricavare materiale su cui meditare.
    QUI https://autismoevaccini.files.wordpress.com/2017/01/verso-una-medicina-di-regime_.pdf

    L’articolo è tratto da: PuntoZero Medicina. Edizioni Nexus
    A pagina 60: “Verso una medicina di regime?”
    Di dott. Domenico Mastrangelo https://issuu.com/nexusedizioni/docs/puntozero_4_anteprima

    L’autore: Dott. Domenico Mastrangelo, curriculum vitae.
    http://www.scienzemedicolegali.it/curriculum/cvmastrangelo.html

    Domenico Mastrangelo è autore del libro “Il Tradimento di Ippocrate” La Medicina degli Affari.

    Chi ha tradito Ippocrate? E soprattutto perché?
    Alla luce dei più recenti fatti di cronaca è evidente che il giuramento che ogni medico sottoscrive quando si laurea, cosiddetto “di Ippocrate”, è stato tradito. Da qui il titolo del suo libro.
    I media ci informano quasi regolarmente sui casi di “malasanità”, ma nessuno fa approfondimenti sulle cause. Nel libro l’autore fa diversi tentativi di analisi di questo ed altri malcostumi della sanità nazionale, che derivano non da proprie opinioni personali, ma dalla raccolta di dati che sono pubblicati ed accessibili a tutti. Domenico Mastrangelo fa una analisi tanto lucida e concreta quanto drammatica della situazione in cui siamo caduti, ma il Lettore capisce chiaramente che questa analisi non è un atto d'accusa, ma un atto d'amore nei confronti della vera Medicina.
    Per pubblicare il libro l’autore ha dovuto, però, rivolgersi ad un editore specializzato perché altri editori avevano provato a liquidare l’opera come “troppo scolastica”…
    http://www.informasalus.it/it/articoli/tradimento-ippocrate-mastrangelo.php

    Il recupero dell’umiltà, nell’esercizio della professione, deriva anche dal Socratico “sapere di non sapere” ed essere pertanto aperti e sensibili a tutto ciò che può essere utile per i propri pazienti. Purtroppo, in questa epoca assistiamo alle lotte intestine tra medicina “convenzionale” e medicine “non convenzionali”, come se l’una fosse superiore alle altre e invece così non è. In realtà è la medicina dei farmaci che detiene il potere e vuole mantenerlo screditando tutto ciò che non è farmaco e assumendo un primato che non le compete: quello della scientificità.
    Da questo punto di vista, “umiltà” è anche o forse soprattutto, la capacità e il coraggio, da parte dei medici e della medicina, di ammettere la propria ignoranza e far cadere i pregiudizi verso le medicine non convenzionali; pregiudizi che in realtà servono soltanto a proteggere gli interessi delle industrie farmaceutiche e non certo a tutelare la salute della gente.
  • I RISCHI DELL’AMORE (le MST)

    (di Patrizia Marini)

     

    Le malattie sessualmente trasmissibili, MST, sono una serie di patologie che possono manifestarsi attraverso gli atti sessuali. Con l'ipoclorito di sodio, NaOCl, è possibile curare parte di essere in modo molto semplice e in modo ancor più efficace sotto la guida di un medico meglio specialista. Fra le patologie curabili col Metodo Ruffini rientrano a pieno titolo le cosiddette Malattie Sessualmente Trasmissibili.

    In tema di informazione sulla salute, oggi voglio parlarvi di un argomento che interessa un po’ tutti le MST (Malattie Sessualmente Trasmissibili), che possono essere trasmesse attraverso il rapporto sessuale e che vanno di pari passo con l'incremento della disinformazione...

    Attualmente sulle malattie sessualmente trasmissibili esiste una scarsa informazione: ad esempio, in molti non sanno che le malattie sessualmente trasmissibili (MST) non si trasmettono solo

    mediante i rapporti genitali, ma ANCHE anche attraverso altri tipi di attività sessuale (rapporto orale oppure anale).

    Inoltre, le malattie sessualmente trasmissibili possono dar vita a 3 tipologie di infezioni sessuali: VIRALI, BATTERICHE e PARASSITARIE.
    Il numero di casi di malattie sessualmente trasmissibili (MTS) in EUROPA è in costante aumento, tanto che si stimano oltre 17 milioni di nuovi casi nell'arco di un solo anno
    http://it.euroclinix.net/malattie-sessualmente-trasmissibili-mst.html

    Secondo l'OMS, dei 448 milioni di nuovi casi di MTS che si registrano ogni anno nel MONDO (circa 30 quadri clinici causati da 20 patogeni), 111 milioni interessano i minori di 25 anni.http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?approfondimento_id=3555

    Tutti conoscono ad esempio la sifilide, anche se soltanto di nome. Attualmente è molto rara nei paesi sviluppati, e comunque si cura benissimo con la penicillina. Se non diagnosticata e curata può danneggiare il cervello fino alla demenza.
    Altre malattie molto “simpatiche” sessualmente trasmesse, legate soprattutto all’apparato genitale e che interessano sia i maschi sia le femmine sono: la gonorrea ("scolo"),

    la candida, il trichomonas e la clamidia.
    Seppure con alcune differenze, queste malattie in generale causano eruzioni cutanee di vario tipo, secrezioni maleodoranti e/o muco purulente dai genitali, prurito, bruciore, disturbi quando si urina, fino a patologie degli organi riproduttivi interni che possono portare a sterilità (come nel caso della clamidia e della gonorrea).
    Si tratta di malattie molto fastidiose, ma curabili anche se con tempi lunghi. Spesso è necessario sottoporre entrambi i partner a terapia al fine di evitare la reinfezione.
    Ci sono poi due virus che provocano infezioni a livello genitale: l’herpes virus 2 e il papilloma virus (HPV).
    L’herpes provoca lo sviluppo sulla mucosa genitale di vescicole a grappolo (analoghe a quelle che compaiono talvolta sulle labbra, l’ herpes virus 1), che rompedosi, danno luogo a ulcerazioni molto dolorose.
    Il papilloma virus provoca invece i condilomi genitali, escrescenze carnose dentellate, simili alle verruche, dette anche “creste di gallo”. Alcuni tipi di papilloma virus sono oncogeni (provocano il cancro).

    La candidosi vaginale, spesso nasconde un’infezione da Human Papilloma virus (HPV)

    Esistono, infine, due malattie virali sessualmente trasmissibili, molto più gravi di quelle di cui abbiamo parlato finora, perché la malattia non rimane confinata all’apparato genitale, ma si estende a tutto l’organismo: l’epatite virale B e C e l’AIDS.
    Contro di esse non esistono attualmente terapie efficaci.

    Per queste malattie è stata dimostrata la trasmissione attraverso il sangue e i suoi derivati e attraverso il rapporto sessuale con persone che, pur avendo contratto l’infezione, sono “apparentemente” sane.

    Un problema ancora poco noto è poi quello della comorbidità, ossia la presenza di una infezione non curata che porta all'instaurarsi di altri patogeni: il sistema di sorveglianza basato sui centri clinici che ha operato dal 1991 ha evidenziato che il 2.8% dei giovani ai quali era stata diagnosticata una MTS e’ risultato positivo al test HIV, contro una prevalenza nella popolazione generale intorno al 0,1%http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?approfondimento_id=3555

    La MST (Malattia Sessualmente Trasmissibile) più grave è l’AIDS.
    Causata dal virus HIV, va a colpire i sistemi di difesa dell’organismo , provocando una attività inidonea del sistema immunitario a difendersi dalle infezioni. Una persona infettata dal virus (cioè sieropositiva), anche se non presenta sintomi, è nelle condizioni di infettare altre persone.
    Infatti coloro che al test sierologico sono HIV positivi possono trasmettere questa malattia con i contatti sessuali, ma non solo, essendo possibile il contagio anche attraverso l’urina, lo sperma e qualunque tipo di trasmissione attraverso il sangue.
    Quindi, il rapporto sessuale non è pericoloso solo con i malati, ma anche con i “portatori sani” nel caso dell’epatite B o C , e con i “sieropositivi” nel caso dell’AIDS.
    RIPETO: Per sieropositivo si intende una persona infetta, che non manifesta i sintomi della malattia, ma è in grado di trasmetterla ad altri...
    Dal momento del contagio all’evoluzione in malattia AIDS possono passare anche molti anni.

    L’infezione da epatite virale B e C e da virus HIV possono essere diagnosticate attraverso l’analisi del sangue, che si può eseguire in ospedale o in centri specializzati nel completo anonimato.

    In particolare per quanto riguarda l’AIDS, l’infezione da virus HIV si trasmette esclusivamente in queste circostanze:
    1- rapporti sessuali (orali, genitali o anali ) non protetti con persone già contagiate;
    2- trasfusioni di sangue contagiato;
    3- scambio di siringhe, aghi e oggetti taglienti (lamette da barba, forbici, aghi per tatuaggi, strumenti medicali, ecc.) sporchi di sangue contagiato o contaminati (puliti, ma usati da persona infetta e non sterilizzati)
    4 - Gravidanza e/o parto (esposizione perinatale).
    Nel caso di trasmissione HIV, dalla madre sieropositiva al neonato. Latte materno.
    5 - Esposizione sul lavoro (es. sanitari) al sangue o altri liquidi corporei di una persona infetta

    Tuttavia le modalità di trasmissione sono fondamentalmente sono le stesse, sia nel caso di epatiti B o C sia nel caso di virus HIV.
    Sebbene sia raro, la trasmissione in famiglia (trasmissione senza una riconosciuta esposizione al sangue, sessuale o perinatale) dell'Epatite B o C è stata documentata

    soprattutto fra i bambini giovani che vivono con membri familiari che sono portatori di Epatite B o C. Viene ritenuto che il virus è trasmesso probabilmente per esposizione non riconosciuta alle membrane mucose o lievi tagli nella pelle.

    Nel rapporto sessuale il contagio avviene quando il sangue, lo sperma o le secrezioni vaginali di una persona già sieropositiva (infetta da HIV) vengono a contatto con il sangue di un’altra persona.
    Durante i rapporti può accadere che si provochino piccole lesioni nelle mucose della bocca, dei genitali o dell’ano. Per quanto piccole siano, costituiscono la porta d’ingresso del virus nella persona non infetta.

    È quindi importante astenersi dai rapporti sessuali (orali genitali e anali) con persone a rischio e comunque utilizzare sempre il profilattico nei rapporti occasionali.
    Diffidate di coloro che richiedono rapporti sessuali non protetti...evidentemente hanno qualcosa da nascondere...

    Il virus non si trasmette:
    1 - attraverso strette di mano, abbracci, baci, sudore;
    2 - scambiando bicchieri e posate;
    3 - usando gli stessi servizi igienici;
    4 - con punture d’insetti o altri animali
    5 - praticando qualsiasi tipo di sport.
    A differenza dell'Epatite A, l'Epatite B e C e l’HIV non si diffonde attraverso il cibo o l'acqua contaminata.

    Il virus HIV può essere facilmente ucciso nell’ambiente da candeggina, alcool, temperature superiori ai 60°.
    Ad ogni modo è bene rivolgersi allo specialista, ginecologo o andrologo, ogni volta che si hanno dei dubbi.

    Quali sono i fattori di rischio dell'Epatite B - C - e HIV ?
    I fattori primari di rischio per l'infezione includono:

    1 - Intraprendere sesso rischioso che include: fare sesso con più di un partner o con un partner che ha o ha avuto più di un partner o che fa uso o ha usato droghe.
    Rapporti a rischio sono tutti quelli nei quali anche un partner stabile ha, o può aver avuto, rapporti a rischio
    2 - Scambio di siringhe infette.
    3 - Ricevere una trasfusione o una terapia di sangue o prodotti di sangue non controllato. 4 - Esposizione professionale ( personale medico e paramedico)
    5 - Farsi fare un tatuaggio o un foro nella pelle con strumenti non monouso sterili.
    6- Viaggiare o vivere in aree con alti indici di infezione da virus dell' Epatite B (includendo l'Asia SudEst, il bacino delle Amazzoni in Sud America, le Isole del Pacifico, il Medio Oriente)

    Come potete evitare di prendere l'Epatite B - C - e HIV ?
    1 - Usate profilattici di lattice o di poliuretano durante i rapporti sessuali occasionali o con persona della quale non conoscete le abitudini di vita
    2 - Limitate il numero di partner di sesso
    3- Evitate di scambiare le siringhe infette
    4 - Evitare la foratura della pelle e i tatuaggi con materiale non monouso sterile (rivolgetevi a centri specializzati accertandovi che adoperino materiali monouso)

    5 - Usate la cautela quando maneggiate oggetti che possono presentare sangue infetto su di essi (come lamette da barba, spazzolini da denti, forbicine per le unghie, assorbenti igienici). Adoperare cose di uso personale per la vostra igiene, anche in famiglia è sempre una buona abitudine.

    6 - Seguite sempre delle precauzioni ordinarie se lavorate in strutture sanitarie (guanti, occhiali paraschizzi, camici, ecc)

    Poiché non ci sono ancora terapie utili a curare la malattia da HIV, che conduce a morte per infezioni parassite di fronte alle quali l’organismo non può opporre alcuna difesa, è indispensabile la prevenzione usando sempre, nei rapporti a rischio, il preservativo.

    Va tenuto presente che i RAPPORTI A RISCHIO sono tutti quelli nei quali anche un partner stabile ha, o può aver avuto, rapporti a rischio (fare sesso con più di un partner o con un partner che ha o ha avuto più di un partner o che fa uso o ha usato droghe).

    E’ quindi prudente eseguire, in questi casi, il test sierologico per il quale va tenuto presente che vi è un periodo d’ombra di almeno tre mesi dopo i quali il test va ripetuto.

    In ogni caso, per evitare il rischio di contagio di fronte a tutte le MST (non solo HIV) l’uso del preservativo è fondamentale.

    DISINFEZIONE
    LAVAGGIO DELLE PARTI INTIME CON IL METODO RUFFINI

    Chi è Gilberto Ruffini, ideatore del Metodo Ruffini?
    Medico chirurgo ed Ematologo. N.P. Ordine dei Medici di Varese n° 02161. Nato a Varese il 09/01/1947
    e residente in Varese. Laurea in Medicina a Milano presso l’Università Statale di Milano. Specialità in Ematologia (prof. E. Storti ) presso l’Università di Pavia con massimo dei voti. Già Interno Chirurgo e di Pronto Soccorso presso l’Ospedale di Tradate (VA). Già Insegnante di Anatomia cranio-facciale, miologia buccale e morfologia dentale presso l’Ateneo Cattolico in Varese. Relatore sull’Anemia mediterranea in Master universitario presso l’Ospedale Sacco in Milano.
    Libero Ricercatore per la ricerca terapeutica e risoluzione di malattie infettive.

    Il metodo Ruffini è un trattamento dermatologico per USO ESTERNO a base di NaOCl (ipoclorito di sodio) a diluizioni specifiche tra il 6% e il 12% come indicato dal dr Ruffini; l'azione terapeutica del trattamento funziona solo in presenza di agenti patogeni (virus, funghi, microbi o protozoi).
    L’ipoclorito di sodio è un prodotto che in moltissimi casi risolve già solo con una applicazione di 50-60 secondi un problema che magari il paziente porta avanti da anni. Con questo Metodo è possibile risolvere moltissime malattie dermatologiche resistenti ai farmaci normali o malattie rare e sconosciute alla maggior parte del mondo scientifico.
    Il prodotto se usato nelle specifiche modalità indicate dal dott. Ruffini (evitare il fai da te) non ha alcuna controindicazione e non può creare reazioni allergiche di alcun tipo.

    Il dr Gilberto Ruffini presenta il suo rivoluzionario metodo dermatologico

     

     

    Il 6% fino al 7,5% è un range terapeutico dentro cui ed indifferentemente, trovano indicazioni ed idoneità, tutte le mucose corporee : orali e genitali, ano compreso.
    Lavaggio esterno: Per quanto riguarda l’ano l’ipoclorito non va introdotto nel canale, ma va lavata solo la parte esterna. Nel cavo orale occorre uno sciacquo. Sopra il Pube, Pene, Glande, Scroto o Vulva con grandi e piccole labbra comprese basta bagnare, lo stesso sopra il Perineo.

    Nel canale vaginale, va fatto un lavaggio interno con una siringa precedentemente privata dell’ ago.

    LAVAGGIO INTERNO (per femmine):

    Con siringa senza ago, riempita di Ipoclorito di Sodio al 6% fino al 7,5% introdurre 3cc o più nel canale vaginale, trattenere per i soliti 40-50 secondi poi rilasciare con calma e sciacquare con acqua di rubinetto tiepida.
    Così facendo, si ha:

    1. Immediata scomparsa degli HPV presenti (tutti i tipi), e virus herpetici
    2. Scomparsa dei funghi (Candida)
    3. Scomparsa del prurito (fino s’ intende, a nuove infezioni sempre possibili).
    Una volta sola è più che sufficiente.
    * Avvertenza : non dimenticare di mettere i salva slip per almeno 2 ore in quanto l’ Ipoclorito scolora.
    ******
    LAVAGGIO ESTERNO (per maschi e femmine):
    Usare Ipoclorito di Sodio al 6% o 7,5% per un lavaggio ai genitali esterni: Pene, Glande, Scroto o Vulva con grandi e piccole labbra, Pube, Perineo con Ano compreso (non introdurre, lavare solo parte esterna), nonostante possibili brevi bruciori soprattutto all' Ano se presenti Ragadi o noxe infiammatorie varie concomitanti.
    Ogni 2 mesi va bene come disinfezione generica.
    * Avvertenza : non dimenticare di sciacquarsi bene con acqua e sapone in quanto l’ Ipoclorito scolora.
    Nel canale vaginale, invece, come detto va fatto un lavaggio interno con siringa senza l’ago.

    PATOLOGIE TRATTABILI APPARATO GENITALE
    Candida e Candidosi:
    usare senza ago, una siringa di media dimensione inserendola e rilasciando il più in profondità possibile l’intera quantità di prodotto al
    7-7,5% e facendo trattenere il liquido per circa 60 secondi poi inserendo la siringa praticare un lavaggio con acqua.
    Se questa applicazione è fatta bene è sufficiente una sola applicazione per liberarsi della Candida. Poi consigliato anche un bidè con prodotto al 6% lasciando agire per 60 secondi.

    Candida mucogenetica cronica:
    allargare e applicare il prodotto anche sulle superfici vicine non intaccate, a prevenzione totale e più duratura.

    Herpes 1 e 2:
    applicare su tutta la zona interessata il prodotto al 12% lasciando agire per 60 secondi. Stando attenti ai sintomi pruriginosi iniziali, caratteristici e non confondibili da chi ne soffre, si può già applicare in questa fase, evitando così l’emersione vescicolare.
    Se sono già emerse: scomparsa su cute e mucose dopo 30” di bruciore in unica applicazione e lasciando asciugare senza nessun trattamento aggiuntivo o ripetuto,

    guarigione assicurata con scomparsa immediata del prurito erpetico pre eruzione e, ovviamente, anche l’ immediato seccarsi delle vescicole già emerse.
    Naturalmente via via riapplicando, ad ogni futura locale e diversa (nel luogo) riemersione nel tempo, si ottiene la scomparsa definitiva dell’uscita erpetica, già non più recidivante sul precedente luogo d’emersione perché, come noto, l’Herpes 1 e 2 ripercorrendo le vie sensitive a partenza da gangli retro auricolari o peri vertebrali cervicali, ed emergendo di tanto in tanto per cause di riduzione immunologiche da motivi diversi stagionali, febbrili, ormonali, di stress ed immunologici, venendo sciolto (l'Ipoclorito di Sodio è in grado di eliminare il codice genetico del patogeno), il virus non esistendo più, risulta impossibile la ripartenza fisica di un viaggio a ritroso riposizionandosi (l’Herpes) nel ganglio. Con questo meccanismo di blocco si vincono le recidive, dimenticandosi via via nel tempo l’emersioni erpetiche sia dell’ 1 che del 2, anzi ancor più importante sono i lavaggi nel canale del parto, assicurando finalmente un parto sicuro e, incontaminato da Herpes o e da altri patogeni presenti prima del parto, a tutto vantaggio della salute del bambino.

    Herpes 3 (Varicella-Zoster) Fuoco di Sant’Antonio (non colpisce le parti intime): Applicare sulla zona interessata il prodotto al 12% lasciando agire per 60 secondi.

    Papillomavirus (HPV):

    Scomparsa di tutti i tipi di HPV conosciuti presenti nelle più varie manifestazioni umane e animali, anche i cancerogeni ed i favorenti raggiungibili in cavità orali e zone genitali con lavaggi, specilli o iniezioni con siringa per insulina nelle verruche singole o a gruppi, visibili a vista o con ausili chimici o tecnici, scomparsa delle stesse in pochi giorni e senza manovre chirurgiche o crioterapiche e/o laserterapiche.

    Condilomi e altre manifestazioni opportunistiche da infezioni microbiche, fungine o virali. Prevenzione con lavaggi o paste per
    l’ impedimento o la scomparsa dell’ HIV in zone di abituale presenza e pericolo (pene e vagina, ano, bocca, liquidi ematici e/o sierosi), così, in tutti gli altri casi d’infezione o coinfezione da comuni microrganismi diversi e resistenti all’antibioticoterapia.

    Applicare da 0,1 a 8-10 ml di prodotto al 12%.

     

    HPV il dr Gilberto Ruffini ci parla del papilloma virus https://www.youtube.com/watch?v=U4PcxMZHoO0

    Emorroidi (riduzione del gonfiore, dolore e prurito) diluire al 7- 9%, bagnare la parte, lasciare 1 minuto, poi sciacquare.

    MODALITÀ D’APPLICAZIONE:

    il prodotto va sempre usato a temperatura ambiente. Aumentando la temperatura di applicazione si avranno vantaggi supplementari : ogni 10°C di incremento, a non più di 35°, l’ipoclorito aumenta la sua forza antimicrobica, antivirale e antifungina del 50% (basta tenere in mano la boccetta per qualche minuto. Oppure tenerne solo la parte occorrente - in quanto il prodotto al fresco - vicino a caloriferi per un quarto d'ora oppure vicino al forno acceso oppure ad una stufetta... Oppure a bagnomaria in acqua calda - non bollente - non nel microonde...)

    Il prodotto diluito va conservato al riparo dalla luce e dal calore. Se ben conservato dura 2 mesi, poi bisogna prepararlo di nuovo.

    Per testare la sensibilità individuale si consiglia di iniziare prima con la diluizione più bassa.

    VI CHIEDERETE:

    Se è così efficace, come mai il Metodo non è di dominio pubblico e conosciuto da tutti?

    In tutti questi anni sono state contattate tutte le principali case farmaceutiche con l’unico risultato del silenzio. Solo alcuni ambiti universitari hanno portato alla conferma su vitro di quanto asserito dal dott. Gilberto Ruffini già dal 1991. Credo che il motivo principale sia di tipo economico: come detto, è un prodotto che in moltissimi casi risolve già solo con una applicazione di 50-60 secondi un problema che magari il paziente porta avanti da anni, trattato farmacologicamente con creme, cremine e farmaci vari...

    APPROFONDIMENTI:

     

    DISINFETTANTI PIU’ COMUNI E MODALITA’ D’USO (IPOCLORITO DI SODIO E ALTRI)
    http://www.casaleinforma.it/pcivile/scarica/a10disinfettanti.pdf

    Ipoclorito di Sodio e Candeggina
    Il dr Gilberto Ruffini spiega la differenza e i punti in comune fra il Metodo Ruffini e la Candeggina.
    L’Amuchina è diluita al 1,8- 2%, la normale candeggina al 5%, quindi non sono adatte per trattare le patologie dermatologiche. La comune candeggina contiene la sostanza, ma non è semplice ipoclorito di sodio.

    Non si trova nei comuni canali distributivi (supermercati). In farmacia si può ordinare il flacone di Ipoclorito di Sodio al 14% che poi va assolutamente diluito secondo i suggerimenti del dr. Ruffini in base alla patologia da trattare.
    Lo si può acquistare anche su  
    http://www.industriebiomedicheefarmaceutiche.com/Ipoclor/index.html

    Si può trovare anche nei negozi specializzati per la sanificazione delle piscine, ma deve essere ipoclorito PURO, senza additivi.

    Come applicare il Metodo Ruffini
    Come applicare l'Ipoclorito di Sodio sulla pelle e sulle mucose. Inoltre Paolo Ruffini, figlio del dott. Ruffini spiega le percentuali di prodotto più idonee.
    6% diluizione ideale sulle mucose: cavo orale vagina glande
    (per es. nella prevenzione carie: sciacqui 60 secondi ogni 20 gg )
    9% ideale sulla stragrande maggioranza delle applicazioni compreso il cuoio capelluto
    12% ideale in alcune forme microbiche particolarmente resistenti e parassiti
    http://youtu.be/xry97AcbMZQ

    Come diluire l’ipoclorito di sodio
    Una volta acquistato il prodotto al 14% poi si usa un contenitore graduato e un flacone di vetro scuro tipo quelli ad uso farmaceutico

    Ipoclorito di Sodio al 14% su 100ml
    Per ottenere un 12% miscelate: 85ml di Ipoclorito di Sodio 15ml di acqua.

     

    Per ottenere il 9% miscelate: 70ml di Ipoclorito di Sodio 30ml di acqua.
    Per ottenere il 7,5% miscelate: 55ml di Ipoclorito di Sodio 45ml di acqua.
    Per ottenere il 6% miscelate: 45ml di Ipoclorito di Sodio 55ml di acqua.
    Per ottenere il 4% miscelate: 30ml di Ipoclorito di Sodio 70ml di acqua.
    Il prodotto se tenuto ben chiuso, al buio e in luogo fresco può durare anche 6 mesi. Dopo la diluizione personalizzata dura 1 mese. Dopodichè decade, ovvero il cloro evapora e non ci sono più gli effetti terapeutici desiderati.

    Il prodotto va sempre applicato in modalità o percentuali specifiche consigliare dal dr Gilberto Ruffini.
    NON VA MAI INGERITO NELLA MANIERA PIU’ ASSOLUTA!

    PER CHIUNQUE VOLESSE SAPERNE DI PIU SUL METODO RUFFINI:

    Lo scopo del dott. Ruffini da molti anni è quello di divulgare tale trattamento sia in ambito accademico che a beneficio di tutte le persone.
    Il dott. Ruffini viene aiutato dal figlio Paolo solo per la divulgazione sul web.

    Sito ufficiale:www.metodoruffini.it

    Gruppo su Facebookhttps://www.facebook.com/groups/metodoruffini/

    Pagina Facebook https://www.facebook.com/metodoruffini/

    Canale YouTube https://www.youtube.com/channel/UCl0Ytgv46dgkKxE0Uw85Pog

     

    ATTENZIONE:
    Ricordo che non si intende far utilizzare le nozioni contenute in questa pagina per scopi diagnostici o prescrittivi. Le informazioni contenute in questo articolo sono ad esclusivo scopo informativo e non devono in alcun modo sostituire il rapporto medico-paziente

     
  • SEMPRE PIU’ DONNE SCELGONO TERAPIE ALTERNATIVE E NON LA CHEMIO.
    STUDIO SU PAZIENTI CON TUMORI AL SENO.
    [1]
    (di Patrizia Marini)



    Sempre più donne con un tumore al seno decidono di affidarsi a terapie alternative e complementari invece della chemioterapia. Integratori alimentari, terapie corpo-mente come yoga, agopuntura e meditazione sono le più frequenti. Una tendenza aumentata progressivamente negli ultimi 20 anni, come ha verificato uno studio della Columbia university pubblicato sulla rivista Jama Oncology. 
    In particolare si è visto che l'87% delle pazienti ricorre alle terapie alternative: in media ogni donna ne usa almeno due, mentre circa il 40% tre o più.

    Lo studio ha preso in esame tra il 2006 e 2010 un gruppo di 685 donne, con un'età media di 59 anni e tumore ai primi stadi, e cinque terapie complementari (integratori a base di vitamine e minerali, erbe e altri prodotti naturali, terapie corpo mente fatte da sole e con l'aiuto di un professionista). 
    La chemioterapia era prescritta e indicata al 45% delle pazienti. Di queste, l'89% l'ha iniziata, mentre l'11% no. Nel restante gruppo per cui la chemioterapia era discrezionale, l'ha iniziata il 36%. 
    ''Anche se la maggior parte delle donne per cui era clinicamente indicata la chemio la ha iniziata, l'11% non lo ha fatto - commenta Heather Greenlee, coordinatrice dello studio - Gli oncologi dovrebbero considerare l'uso di terapie alternative come un potenziale indicatore di pazienti a rischio di non indicare la chemioterapia''.

    La chemioterapia usata da decenni per combattere il cancro in realtà può stimolare, nelle cellule sane circostanti, la secrezione di una proteina che sostiene la crescita e rende “immune” il tumore a ulteriori trattamenti. [2]
    La scoperta, “del tutto inattesa”, è stata pubblicata sulla rivista Nature ed è frutto di uno studio statunitense sulle cellule del cancro alla prostata tesa ad accertare come mai queste ultime siano così difficili da eliminare nel corpo umano mentre sono estremamente facili da uccidere in laboratorio. 
    Sono stati analizzatigli effetti di un tipo di chemioterapia su tessuti raccolti da pazienti affetti da tumore alla prostata.
    Sono state scoperte “evidenti danni nel Dna” nelle cellule sane intorno all’area colpita dal cancro. 
    Queste ultime producevano quantità maggiori della proteina WNT16B che favorisce la sopravvivenza delle cellule tumorali.

    La scoperta che “l’aumento della WNT16B … interagisce con le vicine cellule tumorali facendole crescere, propagare e, più importante di tutto, resistere ai successivi trattamenti anti-tumorali…era del tutto inattesa”, ha spiegato il co-autore della ricerca Peter Nelson del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle nello stato di Washington.” 
    La novità conferma tra l’altro un elemento noto da tempi tra gli oncologi: i tumori rispondono bene alle prime chemio salvo poi ricrescere rapidamente e sviluppando una resistenza maggiore ad ulteriori trattamenti chemioterapici. Un dato dimostrato dalla percentuale di riproduzione delle cellule tumorali tra i vari trattamenti.

    “I nostri risultati indicano che il danno nelle cellule benigne può direttamente contribuire a rafforzare la crescita ‘cinetica’ del cancro”, si legge nello studio che, hanno spiegato i ricercatori, ha trovato conferma anche nei tumori al seno e alle ovaie. Ma la scoperta potrebbe aprire la strada allo sviluppo di un trattamento che non produca questo dannoso effetto collaterale della chemioterapia: “Per esempio un anticorpo alla WNT16B, assunto durante alla chemio, potrebbe migliorane la risposa uccidendo più cellule tumorali. In alternativa si potrebbero ridurre le dosi della chemio”.

    FONTI:

    [1] ANSA (Fonte Federfarma)
    Roma 13/05/2016 
    https://www.federfarma.it/Edicola/Ansa-Salute-News/VisualizzaNews.aspx?type=Ansa&key=23189

    [2] di RQuotidiano (Il Fatto Quotidiano)
    6 agosto 2012
    Cancro, Nature: “Chemioterapia può rendere immune il tumore alle terapie”

    ALTRE FONTI:
    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3572004/
    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/11905673

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