• Bloccare i brevetti e bloccare i farmaci

    Bloccare i brevetti e bloccare i farmaci
    (di Pasquale Cacciatore)
     
    Il mercato del copyright e del brevetto, nell'economia generale, è associato alla protezione e promozione dell'innovazione.
    Completamente diverso è il discorso nell'ambito farmaceutico, perché alcune terapie utili rischiano paradossalmente di non giungere sul mercato. Per aver conferma di ciò, basta osservare il comportamento dei grandi nomi pharma.

     
    È noto, la questione farmaceutica negli Stati Uniti è particolarmente sentita, ed il dibattito sembra tornare vivo in questi tempi di campagna elettorale. Pochi giorni fa Hillary Clinton ha lanciato una proposta per abbassare il costo di prescrizione dei farmaci, rendendo i produttori responsabili dei livelli di investimento in ricerca. Tuttavia, saranno sempre presenti farmaci potenzialmente utili che non riceveranno investimenti: quelli che non possono essere registrati.
    Il mercato del copyright e del brevetto, nell’economia generale, è associato alla protezione e promozione dell’innovazione. Completamente diverso è il discorso nell’ambito farmaceutico, perché alcune terapie utili rischiano paradossalmente di non giungere sul mercato. Per aver conferma di ciò, basta osservare il comportamento dei grandi nomi pharma.

    Alcune ricerche condotte negli ambienti di management del MIT, infatti, hanno dimostrato come molte aziende scartino idee potenzialmente valide perché il prodotto finale non risulta brevettabile. Il motivo è facilmente comprensibile: portare un farmaco sul mercato è processo costoso. Non è solo una questione riguardante laboratori e ricercatori, ma anche il dover dimostrare efficacia e sicurezza richiede investimenti in trial clinici sufficienti a portare all’approvazione degli enti competenti (negli Stati Uniti la Food and Drug Administration).

    Il “costo” in termini economici dei brevetti farmaceutici è continuamente discusso, tanto più da chi rivorrebbe riformare le politiche di incentivi e ricerche delle aziende. I produttori difendono il diritto a brevettare i prodotti per rifarsi degli elevati costi di ricerca e sviluppo (ultimi studi li stimano addirittura attorno al miliardo di dollari in media per farmaco). Senza una protezione legale, chiunque potrebbe sfruttare i risultati di ricerche danneggiando l’intero meccanismo.

    Il brevetto farmaceutico, al contrario, consente all’azienda – per un periodo di tempo limitato – di avere l’esclusiva di commercio di un determinato composto; tempo che, in media, si aggira attorno ai dodici anni. Ovviamente, in questo periodo i produttori possono aumentare i prezzi dei farmaci al fine di rifarsi dei costi di investimento. Costi che, al grande pubblico, possono sembrare addirittura folli (si pensi alle decine di migliaia di euro per singola dose di un recente farmaco per epatite C). D’altra parte, nell’ottica industriale, è facile comprendere come nessuno investirebbe milioni (se non miliardi) di euro – anche per prodotti salvavita – senza la promessa di un ritorno di investimento. Sarà triste, inumano, ma è il prezzo dell’economia.

    Come accennato, alcune idee sono classificate come non brevettabili. Sono i presunti composti “ovvi” o “non innovativi”. Se ci si pensa, tuttavia, in questo modo possibili composti farmaceutici candidati rischiano di non vedere mai la luce proprio sulla base di questo presupposto condizionante. L’ovvietà può giungere in differenti modi: un vecchio articolo di ricerca, l’inclusione del composto in un database online, e così via.

    Il sistema dei brevetti farmaceutici, dunque, è un’arma a doppio taglio. Da un lato assicura alle aziende la possibilità di rifarsi degli investimenti, ma dall’altra parte non incoraggia totalmente l’innovazione, non permettendo, economicamente, di ricercare su prodotti non brevettabili.

    La soluzione? Numerose strade sono percorribili: i governi potrebbero investire pubblicamente per finanziare trial in farmaci di pubblico dominio; si potrebbe delineare un periodo di esclusività sul mercato – lungo abbastanza da motivare gli investimenti in trial clinici – per tutte le organizzazioni che vogliano investire in farmaci non registrabili e che siano in grado di dimostrare la realizzazione di un prodotto efficace clinicamente, anche se sviluppato sulla base di composti considerati “ovvi” dalla normativa attuale. Ragionare sui motivi che spingono le aziende a non investire nello sviluppo di farmaci, insomma, è certamente la migliore strategia per promuoverlo.
  • Il farmacista truffaldino


    IL FARMACISTA TRUFFALDINO

    Un viaggio inchiesta nel mondo della compravendita dei farmaci dove spuntano in barba alla tutela della salute dei cittadini un mercato sotterraneo di affari legati al farmaco e la nascita di una nuova professionalità ambita "il capsularo" .

    Nel 2013, la Iena Nadia Toffa, allettata da un annuncio su un giornale si domanda cosa ci sia dietro la vendita di una farmacia: perché mai, questo tipo di attività, è così dispendiosa da acquistare? La risposta le arriva immediatamente, rispondendo proprio ad un'inserzione: l'attività in questione vale ben 10 milioni di euro. Dopo un primo contatto, Nadia capisce subito di cosa si tratta: attività illegali che aumentano il fatturato della farmacia.

    Il venditore spiega al complice della Iena che per far funzionare un'attività simile è indispensabile avere solo due dottori al suo interno: i "capsulari" ovvero i dottori che prescrivono i galenici, ovvero tutte quelle medicine costruite appositamente per il paziente, e che costano parecchio, ovviamente solo per chi le compra, dato che (per guadagnare) è importante acquistare ad 1 e rivendere a 10, e i dermatologi: le ricette dei dermatologi, valgono in media 150/200 euro: i pazienti, in base al tipo di disturbo, vengono indirizzati "a tentativi" per cercare di guarire, o comunque per stare meglio.
    Il farmacista racconta molto dettagliatamente come una parte degli introiti della farmacia derivino da pratiche facilmente identificabili come comparaggio. Per allettare i medici, viene spiegato che esistono molti "metodi": il venditore, ad esempio, afferma che (per ottenere la collaborazione di un noto specialista) gli ha costruito uno studio appositamente per lui. Molti altri, invece, non pagano nemmeno l'affitto: in particolare racconta di medici ospitati gratuitamente negli studi di proprietà della farmacia - con l’affitto pagato regolarmente come da contratto, ma che viene restituito in nero - e di bonus riconosciuto sulle prescrizioni galeniche in cambio di ricette.

    Le Iene Toffa: Il farmacista truffaldino - puntata del 13 maggio 2013
    IL VIDEO

     
  • Il Farmacista truffaldino


    IL FARMACISTA TRUFFALDINO
    (di Patrizia Marini)
     
    Un viaggio inchiesta nel mondo della compravendita dei farmaci dove spuntano in barba alla tutela della salute dei cittadini un mercato sotterraneo di affari legati al farmaco: regali e, favori e affitti in nero e la nascita di una nuova professionalità ambita "il capsularo". La Iena Nadia Toffa ha smascherato il “sistema perfetto” di un farmacista della capitale.
    Vi siete mai chiesti come mai una farmacia vale un sacco di soldi?

    La Iena Nadia Toffa, allettata da un annuncio su un giornale si domanda cosa ci sia dietro la vendita di una farmacia: perché mai, questo tipo di attività, è così dispendiosa da acquistare?
    La risposta le arriva immediatamente, rispondendo proprio ad un'inserzione: l'attività in questione vale ben 10 milioni di euro. Dopo un primo contatto, Nadia capisce subito di cosa si tratta: attività illegali che aumentano il fatturato della farmacia.
    In dettaglio, il venditore ha messo in vendita non solo l'attività, ma anche gli studi medici che sono presenti all'interno e tutta la sua clientela. Un giro d'affari importante e redditizio.
    Il venditore, però, spiega al complice della Iena che per far funzionare un'attività simile è indispensabile avere solo due dottori al suo interno: i "capsulari", e i dermatologi. I primi rappresentano la categoria dei dottori che prescrivono i galenici, ovvero tutte quelle medicine costruite appositamente per il paziente, e che costano parecchio. Ovviamente solo per chi le compra, dato che (per guadagnare) “è importante acquistare ad 1 e rivendere a 10, un po' come per le pizze”. E, giustamente, Nadia Toffa commenta quest'ultima frase, ricordando che stiamo parlando di medicine!

    Le ricette dei dermatologi, invece, valgono in media 150/200 euro: i pazienti, in base al tipo di disturbo, vengono indirizzati "a tentativi" terapeutici (pastiglie, pomate, lozioni, saponi per l’igiene, impiastri ecc.) per cercare di guarire, o comunque per stare meglio.

    Per allettare i medici, poi, viene spiegato che esistono molti "metodi" e accordi “commerciali” tra le parti: il venditore, ad esempio, afferma che per ottenere la collaborazione di un noto specialista dermatologo gli ha costruito uno studio appositamente per lui. Molti altri, invece, non pagano nemmeno l'affitto.
    Dopo aver fatto visitare gli studi al possibile acquirente, la iena Nadia Toffa decide di scambiare due chiacchiere con il proprietario della farmacia in vendita. Dopo le prime negazioni (avvenute per altro all'interno di un bar), ammette velatamente le sue "colpe": la iena non molla e, tra domande e affermazioni certe, gli svela anche il complice che lo ha smascherato.

    Il proprietario della farmacia non può che arrendersi all'evidenza, e cerca di parare i colpi nascondendosi dietro la sua professionalità, e la lunga carriera.

    VEDI IL FILMATO TV DELLA PUNTATA DE LE IENE DEL 12/5/2013
     
  • Il Metodo Ruffini può rivoluzionare la dermatologia?



    IL METODO RUFFINI PUO’ RIVOLUZIONARE LA DERMATOLOGIA?
    (di Patrizia Marini)

    Manifestazione medici
    Il Metodo Ruffini ideato e brevettato dal dottor Gilberto Ruffini, medico chirurgo, ematologo e dentista di Varese, è un trattamento dermatologico a uso topico [si applica direttamente sulla parte malata, ndr] di ipoclorito di sodio (NaOCl), tra il 6 e il 12 per cento.

    Le patologie dermatologiche trattabili sono tutte quelle manifestazioni la cui eziologia [la causa della malattia, ndr] è virale, micotica, batterica, protozoaria [che interessa i protozoi, organismi unicellulari che vivono in ambienti umidi come acqua di mare, dolce o salmastra oppure in terreni umidi, ndr] o parassitaria nonché utilizzi d’emergenza (tipo ustioni, ferite, punture d’insetti). 
    I principali ambiti della medicina a cui si rivolge sono la dermatologia, la ginecologia, la chirurgia, l'urologia, l'oculistica e la veterinaria.

    Questa molecola è uno strumento possibile a tutti in materia sanitaria, essendo una molecola che si può ottenere a bassissimo prezzo in quantità illimitata, con risultati così eclatanti da lasciare sbalorditi e renderlo utile. 
    Con il Metodo Ruffini è possibile curare, con costi irrisori, molte patologie della pelle, incluso "l'incurabile" piede diabetico infetto e le infezioni dermatologiche da MRSA (Stafilococco aureo resistente alla meticillina).

    Il Metodo Ruffini si è dimostrato sempre di più uno strumento utilissimo in un’ampia gamma di patologie dermatologiche e, trattandosi di un metodo semplice, di pratico utilizzo, privo di effetti collaterali e a basso costo, ne derivano diversi vantaggi di utilità sociale:
    1) - innanzitutto, questo metodo può rivelarsi una freccia in più nell’arsenale terapeutico del medico, importante sia da solo che come coadiuvante di una qualsiasi altra cura; 
    2) - un altro vantaggio consiste nella riduzione del rischio di dover troppo frequentemente far ricorso ad antibiotici di sintesi, per esempio limitandone l’uso ai casi più gravi o per infezioni interne, al fine di arginare il fenomeno delle resistenze; 
    3) - ultimo, ma non da meno, il vantaggio economico.

    La video-intervista: https://youtu.be/VXiN1ZtBnZI

    PER SAPERNE DI PIU’:

    - Il sito ufficiale: http://www.metodoruffini.it
    - Il Manuale pratico: http://www.lulu.com/shop/gilberto-ruffini-and-valerio-droga/curarsi-con-la-candeggina/paperback/product-22806766.html​
    - La pagina Facebook: https://www.facebook.com/metodoruffini/?fref=ts
    - Il gruppo Facebook: https://www.facebook.com/groups/metodoruffini/?fref=ts
    - Le testimonianze (gruppo Facebook dedicato): https://www.facebook.com/groups/esperienzemetodoruffini/?fref=ts
    - Twitter:@MetodoRuffini
    - Google+: https://plus.google.com/+PaoloRuffinimetodoruffini
    - YouTube: https://www.youtube.com/channel/UCl0Ytgv46dgkKxE0Uw85Pog​
  • QUANDO BIG PHARMA RICICLA LE MEDICINE


    QUANDO BIG PHARMA RICICLA LE MEDICINE
    (di Patrizia Marini)



    L’industria del farmaco è preoccupata: nei prossimi anni i profitti diminuiranno a causa della scadenza di molti brevetti. Per ridurre le perdite, l’industria si è inventata una serie di strategie per far diventare i farmaci evergreen, sempreverdi. A volte basta una piccola riformulazione del farmaco, senza che ci siano benefici per i pazienti, per farlo diventare evergreen e aumentarne il prezzo, a scapito dei pazienti e del SSN. 
    Conoscere le strategie per far diventare i farmaci evergreen può aiutare a risparmiare e a limitare i danni [1]. 
    Sviluppare un nuovo farmaco comporta dei rischi e può costare in tempo (12-14 anni) e denaro; fino a 700 milioni di euro, secondo l’industria, non più di 150 milioni secondo stime indipendenti da interessi commerciali [2]. 
    L’industria protegge i suoi brevetti per recuperare gli investimenti e massimizzare i profitti prima che il brevetto scada, di solito 20 anni dopo che è stato registrato. Dopo la scadenza entrano nel mercato i produttori di farmaci generici che vendono a prezzi minori, costringono anche i detentori dei brevetti ad abbassare i prezzi, e fanno crollare i profitti. 
    Per esempio, il mercato della simvastatina (uno dei farmaciutilizzati per combattere l’ipercolesterolemia) in Inghilterra è diminuito da 250 a 2 milioni di sterline in soli due anni dopo la scadenza del brevetto [3]. 
    Ecco alcune delle strategie che l’industria usa per far diventare i farmaci evergreen.

    ➡ Farsi un nome (un brand)
    Ciò rende il farmaco più facile da ricordare, al contrario del nome generico che si dimentica facilmente. 
    La combinazione di amoxicillina con acido clavulanico non ha subito lo stesso disastro commerciale della simvastatina proprio grazie al nome, ‘Augmentin’, ormai entrato nel linguaggio comune[3]. 
    Se la lotta dell’industria è per la costruzione di un brand, quella di chi vuole diminuire i costi, e i danni, per il SSN e per i pazienti dovrebbe essere a favore del nome generico, che dovrebbe diventare obbligatorio, al posto del nome di marca, in tutte le prescrizioni. 
    La protezione del brand da parte dell’industria può arrivare all’estremo di brevettare il tipo di pillola, oltre al nome; è il caso del ‘Viagra’, di cui è brevettato anche il colore e la forma.

    ➡ Modificare il farmaco e registrare un nuovo brevetto
    Si tratta di un opzione più costosa, perché oltre alle spese della modificazione e della registrazione del brevetto, l’industria deve provare di nuovo efficacia, sicurezza, qualità e superiorità rispetto ai concorrenti con adeguate ricerche. Di solito il rimpiazzo è sviluppato, registrato e commercializzato prima che scada il brevetto dell’originale, che poi può essere mantenuto sul mercato o ritirato, a seconda della convenienza, cioè del prezzo e del profitto. 
    Questi farmaci di rimpiazzo possono essere creati con numerosi trucchi della chimica che producono molecole simili, ma non identiche. Per esempio, il pregabalin (nome commerciale ‘Lyrica’) e il gabapentin (nome commerciale ‘Neurontin’) sono simili e hanno lo stesso effetto sull’epilessia e sul dolore neuropatico [4]. 
    Nel 2004, dopo che i generici avevano ridotto il mercato del gabapentin di marca, la Pfizer ha lanciato in Inghilterra il pregabalin, ad un prezzo competitivo rispetto ai generici del gabapentin. 
    Nel 2011 il pregabalin aveva conquistato il 43% del mercato e valeva l’80% di tutte le vendite [3].

    ➡ Riformulare il farmaco
    Si aggiunge alla sostanza un’altra sostanza e si ottiene un nuovo farmaco. Per esempio, si aggiunge una sostanza che ne modifica l’assorbimento, facendo diventare il farmaco un retard. 
    L’alfa bloccante doxazosina (nome commerciale ‘Cardura’), per esempio, allo scadere del brevetto è stato riformulato in doxazosina XL; simbolicamente come se diventasse extra large, anche se il dosaggio era immutato. 
    All’introdurre il prodotto XL, il farmaco originale fu ritirato dal mercato, costringendo medici e pazienti a prescrivere XL ad un costo circa 8 volte superiore rispetto alla forma generica del farmaco originale [5].

    ➡ Combinazioni
    Molte combinazioni sono utili per ottenere effetti sinergici, come con trimetoprim e sulfametossazolo (prende il nome di Cotrimoxazolo il sinergismo dei due antibiotici), migliorare la compliance, ovvero l’adesione del paziente alla terapia (es. β agonisti a lunga azione e steroidi per inalazione) e la convenienza (le combinazioni di antiretrovirali). 
    L’utilità di altre combinazioni, tuttavia, è per lo meno dubbia, in particolare quando il prezzo schizza verso l’alto. La combinazione di acido alendronico e colecalciferolo (bifosfonati utilizzati nella terapia di alcune patologie oncologiche e dell'osteoporosi in associazione a vitamina D3) per esempio, non esenta dalla necessità di supplementazioni giornaliere di calcio. 
    La combinazione acido alendronico e colecalciferolo più il calcio costano quasi 30 euro al mese, mentre l’uso delle singole sostanze più calcio costa solo 3 euro [5].

    ➡ Registrare il farmaco per una nuova indicazione
    Sappiamo che spesso i farmaci sono promossi dalle ditte per uso ‘off label’ (l’impiego nella pratica clinica di farmaci utilizzati che, per patologia, popolazione o posologia, vengono prescritti in maniera non conforme alla finalità per cui sono stati registrati). 
    A volte le ditte la passano liscia; altre volte ricevono delle grosse multe, soprattutto negli USA. 
    Cambiare indicazione può essere giustificato se non esistono alternative efficaci. Ma in questo caso si deve chiedere formalmente l’aggiunta di una o più nuove indicazioni. 
    In alternativa, le ditte possono chiedere la registrazione per nuove indicazioni per il farmaco che rimpiazza l’originale, acquisendo in questo modo un nuovo mercato senza la concorrenza dei generici, che avranno ancora le indicazioni del farmaco originale. 
    Per esempio, l’antipsicotico paliperidone (nome commerciale ‘Invega’) è il metabolita attivo del risperidone (Risperdal), con lo stesso effetto sulla schizoprenia. Ma il primo costa quasi 115 euro al mese, il secondo solo 2, nella sua forma generica. 
    Il paliperidone è anche il solo farmaco approvato per il trattamento del disordine schizo-affettivo. Dato che risperidone e paliperidone sono farmacologicamente e clinicamente simili, sembra improbabile che il primo non sia altrettanto efficace per questo disturbo [6].
    Tuttavia, dato che il paliperidone è registrato per questa indicazione, i medici tenderanno a prescriverlo più del risperidone, con i conseguenti profitti per la ditta.

    ➡ Cambiare il dosaggio
    Se la nuova formulazione ha un dosaggio diverso da quello del generico, la prescrizione del farmaco di marca diventa inevitabile. Inoltre, il nuovo dosaggio può essere protetto con un nuovo brevetto. 
    Per esempio, il donepezil (nome commerciale ‘Aricept’), un farmaco usato per il morbo di Alzheimer, è stato ri-registrato dalla ditta per un dosaggio di 23 mg poco prima che scadesse il brevetto. 
    Dato che i generici esistono solo per multipli di 5 mg, il medico che voglia prescriverne 23 mg è costretto a ricorrere al farmaco di marca, ovviamente più costoso, ma non più efficace [7].

    ➡ Sfruttare leggi e regolamenti
    In Inghilterra il prezzo di un farmaco generico non è negoziabile da parte del Ministero della Salute, ma dipenda solo dal mercato. Per esempio, nel settembre del 2012 la Pfizer ha venduto i diritti per la fenitoina (nome commerciale ‘Dintoina’), un farmaco per l’epilessia, a Flynn Pharma. 
    Pfizer continuava a produrre il farmaco, identico al precedente (addirittura con il nome di marca stampato sulle capsule), ma Flynn Pharma lo confezionava e lo vendeva con il nome generico. 
    In poco tempo il prezzo, non più controllato dal Ministero come nel caso dei farmaci di marca, ma lasciato fluttuare nel libero mercato, aumentava di 23 volte, da 0.66 a 15 sterline per 28 capsule. 
    Non essendoci altri produttori di fenitoina, non c’è concorrenza, e i medici devono continuare a prescriverla per evitare di destabilizzare i pazienti. I costi per il SSN sono aumentati così di 46 milioni di sterline, a parità di farmaco e di benefici [8].

    Queste strategie aiutano sicuramente l’industria. 
    A volte, raramente, possono portare dei benefici anche a medici e pazienti. Ma non sono esenti da rischi, e in ogni caso fanno impennare i costi sanitari. 

    Le strategie con cui le aziende farmaceutiche modificano leggermente la formulazione del loro farmaco di marca, trasformandolo in un cosiddetto prodotto di ‘follow on’ – magari combinando più formulazioni o producendo forme a lento rilascio, e dando vita così a molecole di ‘seconda generazione’ – in modo da poter estendere il brevetto, contribuisce sostanzialmente a un aumento dei costi sanitari complessivi. 
    E’ quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori internazionali pubblicato su ‘Plos Medicine’ [9].
    Si tratta, dicono i ricercatori diretti da Nathalie Vernaz del Geneva University Hospitals, di risultati importanti, in quanto forniscono un’ulteriore testimonianza del fatto che le politiche che incoraggiano la prescrizione dei farmaci generici potrebbero tradursi in un risparmio per la spesa sanitaria. 
    I ricercatori hanno raggiunto queste conclusioni analizzando l’impatto di otto farmaci di follow on, con dati rilasciati da ospedali e farmacisti di comunità a Ginevra tra il 2000 e il 2008. 
    Durante il periodo di studio, gli autori hanno trovato che il numero di pazienti trattati con un prodotto griffato o di follow on è aumentato da 56.686 nel 2001 a 131.193 pazienti nel 2008. Il costo totale per tutti i farmaci studiati è stato 171,5 mln di euro, di cui 103,2 mln di euro per il farmaci di marca, 41,1 mln di euro per quelli di follow on e 27,2 mln per i generici.
    Le agenzie regolatorie, come l’AIFA, e gli organi indipendenti che producono linee guida, sono in grado di massimizzare i benefici per il SSN, ma sono lenti; quando intervengono, di solito è tardi. 
    Più rapidamente possono agire i bollettini indipendenti sui farmaci, che potrebbero avvisare i medici su come approfittare dei vantaggi ed evitare i danni. Ma la loro potenza di fuoco è sicuramente inferiore a quella messa in campo dall’industria per promuovere i prodotti modificati. 
    Rendere obbligatoria la ricerca di efficacia, compresi i trial che dimostrino la superiorità del farmaco evergreen rispetto all’originale, potrebbe risolvere il problema, ma presuppone politici e governanti che non si lascino influenzare dall’industria. 
    Per il momento, la responsabilità ricade quasi esclusivamente sul singolo medico, troppo debole in generale per riuscire a prendere una decisione informata. In caso di dubbio, forse conviene continuare a prescrivere il farmaco originale.

    Troppo spesso tendiamo a dimenticare che le aziende farmaceutiche investono in business, la loro responsabilità è nei confronti dei loro azionisti e qual è il loro obiettivo? Il loro obiettivo è fare profitti e questo è esattamente quello ciò che fanno, questa è la loro priorità. 

    Da una sua analisi Marcia Angell - medico specializzato in medicina interna già direttrice del New England Journal of Medicine (NEJM), una delle più prestigiose ed autorevoli riviste scientifiche al mondo - ha scoperto che quasi il 75% dei nuovi farmaci non era affatto nuovo, erano farmaci vecchi in nuove formulazioni o combinazioni. Ciò dimostra quanto sia limitata l'innovazione in questo settore. [10]

    Oggi le maggiori scoperte in campo medico sono fatte nei laboratori di ricerca delle istituzioni accademiche americane, finanziate cospicuamente dai contribuenti, e nelle piccole società biotecnologiche, ed è per sfruttare queste risorse che le aziende farmaceutiche tengono i propri settori di Ricerca & Sviluppo (R&D) proprio negli Stati Uniti. 
    Infatti, dal 1980 le scoperte finanziate dal denaro pubblico possono essere brevettate e vendute. Questa legge approvata dal governo americano chiamata ‘Bayh-Dole Act’ fa sì che le case farmaceutiche non abbiano più bisogno di contare sulla propria ricerca per mettere a punto nuovi farmaci. Questa legge permette alle università di brevettare i risultati della propria ricerca scientifica, finanziata con il denaro pubblico, e poi cedere il brevetto alle case farmaceutiche in cambio di royalties.
    Considerando che la parte più lunga e difficile della ricerca è la fase iniziale, le farmaceutiche contribuiscono poco a questo sforzo, impegnandosi solo nella fase finale dei test clinici.
    Con questa legge le case farmaceutiche di tutto il mondo non devono più investire sulla ricerca, per mettere appunto nuovi farmaci, e si possono occupare solo della parte tecnica, ovvero: la produzione del farmaco. E' stato proprio grazie a questa legge che le case farmaceutiche hanno potuto spostare agilmente il loro investimento dalla ricerca al marketing.

    Lisa Cosgrove professore associato in psicologia clinica all'University of Massachussets di Boston ha fatto un'indagine sui rapporti finanziari tra l'industria farmaceutica e gli autori del DSM, il manuale diagnostico statistico delle malattie mentali, ovvero il manuale bibbia della psichiatria che classifica e rende ufficiali le nuove malattie mentali che vengono studiate. Nel corso di quest'indagine ha scoperto una serie di cose. [10] 
    Innanzitutto ha notato che il brevetto del Prozac, il vendutissimo antidepressivo, stava per scadere e di conseguenza la casa farmaceutica che lo produceva, la Eli Lilly avrebbe perso enormi profitti a causa della comparsa sul mercato di farmaci generici rivali meno costosi. Era chiaro che la Eli Lilly aveva un forte interesse a trovare un nuovo disturbo per il quale prescrivere il Prozac. 
    Dopo un po' di tempo ha poi notato che veniva massicciamente pubblicizzato un nuovo farmaco: il Sarafem per curare una nuova malattia, il disturbo disforico premestruale. Questo disturbo non è altro che quella tensione e nervosismo che alcune donne provano nei giorni precedenti l'arrivo delle mestruazioni. Secondo alcuni è una malattia molto invalidante che andrebbe curata con i farmaci. E così è stato. Una commissione di esperti stabilì che il disturbo disforico premestruale, era un genuino disturbo mentale e lo inserì nel corpo principale del manuale diagnostico statistico delle malattie mentali, aprendogli la strada verso il mercato. Nella sua indagine Lisa Cosgrove ha scoperto che la maggioranza dei membri della commissione riunitasi per decidere se il disturbo disforico premestruale fosse un reale disturbo depressivo, aveva rapporti finanziari con la Eli Lilly, la casa farmaceutica produttrice del Sarafem.
    Ma che tipo di farmaco è il Sarafem? Il Sarafem, che è fluoxetina cloridrato, è la stessa identica cosa del Prozac, si tratta dello stesso farmaco a cui hanno semplicemente cambiato colore, tingendogli la capsula di viola.
    Da quanto dice Lisa Cosgrove, la Eli Lilly avrebbe preso il Prozac, il cui brevetto stava per scadere, lo avrebbe tinto di viola, cambiandogli anche il nome, avrebbe creato un nuovo disturbo da fargli curare e avrebbe, poi, fatto in modo che questa nuova malattia venisse approvata dagli organi preposti per rendere tutto corretto e ufficiale.

    Tutto questo per dire che è molto importante rendersi conto che oggi gran parte dei farmaci in cima alle vendite non sono nuovi, sono vecchi, i loro progenitori risalgono al 1980, o anche prima. In questa industria c'è ben poco di nuovo sotto il sole.

    Ma allora, se si fa poca ricerca e ci sono pochi farmaci innovativi, da dove nasce questo boom di vendite vertiginoso? Cosa si vende?

    Sempre secondo Marcia Angell, il mercato più grande per i farmaci è la gente sana, e l'obiettivo delle aziende è vendere il maggior numero possibile di farmaci a gente sana, o magari con piccolissimi ed insignificanti disturbi. Per fare questo le aziende vendono più la malattia che il farmaco. Se riescono a convincere le persone sane - che costituiscono un enorme mercato - che queste hanno una malattia che va curata, allora riescono veramente a creare un ‘blockbuster’, cioè un farmaco che vale un milione di dollari di prescrizioni. [10]

    La cosa più innovativa nell'industria farmaceutica, non c'è dubbio, è il marketing.

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    Bibliografia

    [1] Hitchings AW, Baker EH, Khong TK. Making medicines evergreen. BMJ 2012;345:e7941
    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23197598

    [2] Gøtzsche PC. Developing a new drug costs less than $100m, not $900m. BMJ 2013;346:f398
    http://nordic.cochrane.org/…/u…/AnnualReports/AnnRep2013.pdf

    [3] National Prescribing Centre. Generic prescribing in primary care. MeReC Bull 2011;21(3)
    http://www.prescriber.org.uk/…/merec-bulletin-generic-pres…/

    [4] National Institute for Health and Clinical Excellence. Neuropathic pain: the pharmacological management of neuropathic pain in adults in non-specialist settings. Clinical guideline 96. 2010
    https://www.nice.org.uk/guidance/cg96

    [5] Greene JA, Kesselheim AS. Why do the same drugs look different? Pills, trade dress, and public health. N Engl J Med 2011;365:83-9
    http://www.nps.org.au/…/generic-medicines-informing-patients

    [6] Nussbaum AM, Stroup TS. Paliperidone palmitate for schizophrenia. Cochrane Database Syst Rev 2012;6:CD008296
    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22696377

    [7] Schwartz LM, Woloshin S. How the FDA forgot the evidence: the case of donepezil 23 mg. BMJ 2012;344:e1086
    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22442352

    [8] Brunet MD. Another loophole exploited by the drug industry. BMJ 2013;346:f354
    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23341559

    [9] Patented Drug Extension Strategies on Healthcare Spending: A Cost-Evaluation Analysis
    Nathalie Vernaz et al. 
    Plos Medicine Published: June 4, 2013 - 
    http://journals.plos.org/plosmedicine/article?id=10.1371%2Fjournal.pmed.1001460

    [10] "Inventori di malattie"
    Datato 2009, ma sempre attuale, “Inventori di malattie” è un viaggio-inchiesta che parte dagli Stati Uniti e traccia un inquietante racconto sulla colonizzazione farmaceutica di larghe fette di popolazione del pianeta, attraverso le suggestioni ammiccanti delle campagne pubblicitarie, gli innumerevoli conflitti d’interesse e le tante complicità occulte.
    Studi clinici contraffatti, invenzione di patologie, vendita di farmaci inutili, se non dannosi, zelanti informatori e medici compiacenti… alimentano un mercato da cui le multinazionali traggono immensi profitti. In America più di 5 milioni di bambini vengono trattati con psicofarmaci, semplicemente perché “troppo” vivaci.
    Il servizio mette in evidenza come l’industria farmaceutica finanziarizzata sia oggi in qualche modo costretta ad ingigantire, spesso con attente strategie di marketing della paura, nuove malattie pur di assicurare un rendimento crescente delle proprie azioni.
    I danni a carico della collettività mondiale e della sua salute sono incredibilmente evidenti.
    Reportage trasmesso il 5/08/2009 da "C'era una volta", trasmissione in onda su Rai Tre. L’edizione italiana del dossier è curata da Silvestro Montanaro, uno dei pochi giornalisti degni di questo nome.
    ➡ VIDEO: 
    http://www.rai.tv/…/ContentItem-2d46eae7-7cab-4a04-a354-be9…

    ➡ Libri per approfondire l’argomento: 
    “Farma & Co.” di Marcia Angell
    “Gli inventori di malattie” di Jarg Blech Lindau

    Fonte:
    SALUTEINTERNAZIONALE.info
    Far diventare i farmaci evergreen, come alcune canzoni
    27 marzo 2013
    Di Adriano Cattaneo, epidemiologo
    Liberamente tratto dal riferimento bibliografico [1]
    http://www.saluteinternazionale.info/…/far-diventare-i-far…/

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